Samizdat

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IL FILO NERO

di Davide21 settembre 2026

Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio
Gaetano Bresci

È impossibile individuare una data o un momento storico da cui far partire un’analisi sulla repressione e la censura: esistono da quando esiste il concetto di potere, da quando cioè un essere umano si è trovato in posizione privilegiata rispetto a un altro essere umano e ha deciso di sfruttare questa sua posizione per trarne un vantaggio e mantenere intatto il suo status di privilegio.

A repressione e censura però han sempre fatto da contraltare dissenso e rivolta: per ogni generale Bava Beccaris che spara sulla folla affamata su ordine del re, esiste un Gaetano Bresci che quella folla la vendica, uccidendo, come disse lui stesso, non solo Umberto I, ma il principio stesso di ingiustizia che incarnava.

Venendo all’oggi e al noi, pensiamo però sia utile partire da una data ben definita, abbastanza lontana da riuscire a mantenere un discreto distacco emotivo e storico, ma sufficientemente vicina per riuscire a ricucire il filo nero della repressione in Italia.

Quella data, ovviamente, è il 2001.

Esattamente venticinque anni fa, nell’arco di due mesi, sono accaduti due eventi che hanno cambiato il modo di intendere ed esercitare i dispositivi di controllo, sorveglianza e repressione da parte dei nostri governanti, e non solo.

Il G8 di Genova a luglio, con la “macelleria messicana” della scuola Diaz, le torture inflitte ai manifestanti nella caserma di Bolzaneto, l’assassinio di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, l’uso spregiudicato della forza da parte delle forze dell’ordine a difesa della “Zona Rossa”, hanno segnato la ripresa di una strategia repressiva, basata su paura e violenza, da parte dello Stato.

L’attentato alle Torri Gemelli di New York, l’11 settembre 2001, oltre a scuotere il mondo e a farlo piombare in una spirale di guerre e distruzione, ha invece aperto il vaso di Pandora della sorveglianza e del controllo asfissiante dei governi nei confronti dei cittadini, in particolare con il famigerato Patriot Act.

Approvato dagli Stati Uniti nell'ottobre 2001, il Patriot Act ha drasticamente ampliato i poteri di sorveglianza e investigazione delle agenzie di intelligence e delle forze dell'ordine per contrastare il terrorismo. La norma ha facilitato intercettazioni telefoniche ed ambientali senza previo mandato specifico, ha consentito la sorveglianza informatica e l'accesso ai dati finanziari e personali dei cittadini, oltre ad autorizzare la detenzione preventiva indeterminata per gli stranieri sospettati di minacciare la sicurezza nazionale.

Duramente criticata da organizzazioni per i diritti civili ed esperti di diritto per le severe limitazioni imposte alla privacy, la legge statunitense è comunque diventata un modello per le successive normative europee.

In Italia il primo tassello securitario viene posto nel 2005, con il cosiddetto “Pacchetto Pisanu”, che, per prevenire i rischi di attentati terroristici, semplifica la tracciabilità di messaggi e telefonate e potenzia i poteri di fermo di identificazione e i controlli preventivi.

Il vero salto di qualità si ha però nel 2008, con il decreto sicurezza a firma dell’allora Ministro dell’interno Roberto Maroni, che istituisce le cosiddette "ronde cittadine", inasprisce il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) negli stadi e, soprattutto, introduce il reato di ingresso e soggiorno illegale e il Dispositivo “Strade Sicure”, ovvero la facoltà di impiegare contingenti delle Forze Armate per compiti di vigilanza a siti sensibili e pattugliamento del territorio, attribuendo ai militari la qualifica di Agente di Pubblica Sicurezza.

Da qui è un continuo susseguirsi di nuove leggi e decreti che, con il pretesto di rafforzare la “sicurezza urbana”, vanno a creare un vero e proprio dispositivo di repressione e controllo capillare su tutto il territorio nazionale: il decreto Minniti del 2017 estende la dottrina del Daspo non solo agli stadi, ma potenzialmente a ogni spazio pubblico; i successivi decreti Salvini del 2018 e del 2019 ampliano il raggio operativo delle forze armate ai controlli nei centri d'accoglienza e nelle principali stazioni ferroviarie e introducono sanzioni e divieti d'ingresso nelle acque territoriali per le navi delle ONG che prestano soccorso ai migranti dispersi in mare.

Si arriva così agli anni più recenti, in un crescendo di propaganda e conseguente decretazione securitaria che porta alla criminalizzazione dei blocchi stradali pacifici, alla previsione di reati specifici per chi protesta contro le grandi opere, fino alla punibilità della "resistenza passiva" nelle carceri e nei centri d'accoglienza e a vincoli stringenti per l’organizzazione di manifestazioni pubbliche.

Una spirale paranoica e repressiva che trova il suo apice ideologico e culturale nel famigerato “decreto anti rave”, approvato nel 2022 dal governo Meloni, che con l’obiettivo di contrastare i grandi raduni musicali non autorizzati, nella sua prima stesura poi bocciata, metteva a rischio di reato anche occupazioni universitarie, scioperi o proteste ambientali o sindacali.

Non è un caso se, mentre parlamentari e ministri erano affaccendati ad intensificare i dispositivi repressivi, l’Italia è stata il palcoscenico di alcuni dei più importanti casi di censura e sorveglianza contro giornalisti e attivisti.

L’uso massiccio delle querele temerarie (Slapp) da parte di ministri e altri dirigenti politici unito allo scandalo Paragon, cioè all’utilizzo di uno spyware per sorvegliare attivisti, giornalisti, imprenditori, sono l’ulteriore segno di un potere disposto a tutto pur di zittire e controllare i propri oppositori.

Di tutto questo e, soprattutto, di come difenderci, parleremo con chi di voi avrà voglia durante il DIG Festival, venerdì 25 settembre alle 17 a Modena.

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