Leggi online
AI: Seek and Destroy
L’industria delle armi autonome
Di Laura Carrer, Davide Del Monte, Andrea Daniele Signorelli
Editing di Lorenzo Bagnoli
Ottobre 2026
Dedicato a Carola Frediani
Mappare l’invisibile per raccontare l’impensabile
Di Davide Del Monte
Questa ricerca nasce dall'urgenza di provare a decifrare e, quindi, spiegare una trasformazione epocale nella natura dei conflitti contemporanei, dove l’utilizzo dell'intelligenza artificiale non rappresenta più una mera speculazione futuristica, ma una realtà operativa e diffusa.
Ci troviamo ormai ben oltre il confortevole perimetro della prima legge di Asimov, secondo cui “un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”, per entrare a tutta velocità in una sorta di seconda “Epoca Oppenheimer".
Una corsa globale agli armamenti in cui il salto qualitativo non risiede più solo nella potenza di fuoco resa disponibile agli eserciti umani, ma nella capacità delle macchine di interpretare contesti e operare scelte probabilistiche su chi, dove e quando colpire.
La motivazione profonda di questo lavoro è dunque quella di fornire ai lettori e alle lettrici una mappa, il più esaustiva possibile, della fitta rete di soggetti che si muovono nel settore della ricerca, dello sviluppo, della produzione e infine della commercializzazione di armi autonome.
Allo stesso tempo, siamo mossi dalla speranza di fornire a giornalisti e giornaliste, ricercatori e ricercatrici, dei nuovi strumenti analitici e dati necessari per riprendere, continuare e migliorare la mappatura che abbiamo qui cominciato a delineare.
Come ci si accorgerà avanzando nella lettura, gli attori che affollano questo nuovo mercato sono infatti tanti e complessi, spesso poco o per nulla trasparenti.
Il percorso di lettura si snoda attraverso cinque capitoli che analizzano lo sviluppo del settore delle armi autonome e la conseguente metamorfosi “dell’arte della guerra” da diverse angolazioni:
Nel primo capitolo analizziamo la genesi e forniamo la definizione, o per meglio dire, le definizioni, dei sistemi d'arma autonomi (LAWS), tracciando il passaggio dai rudimentali siluri del passato ai moderni sistemi guidati in piena autonomia dall’intelligenza artificiale.
Autonomia che nel corso degli ultimi anni si è spostata dalla capacità di identificare e colpire i bersagli, fino al dominio della decisione, evidenziando come l’intelligenza artificiale abbia di fatto scalato le gerarchie militari, con la promessa di dissipare la "nebbia della guerra", ma introducendo allo stesso tempo rischi etici che non hanno precedenti.
Il secondo capitolo ci porta sui campi di battaglia in Ucraina, Gaza, Iran e Libano, utilizzati come laboratori per l'integrazione di sistemi di sorveglianza, infrastrutture cloud e algoritmi di targeting.
Esaminiamo casi emblematici come i software Lavender e Gospel, descritti come vere e proprie "fabbriche di assassinio di massa", dove il controllo umano viene ridotto a una mera ratifica procedurale di pochi secondi.
Nel terzo capitolo rivolgiamo lo sguardo al contesto europeo, dove il settore della cosiddetta defense tech ha superato i vecchi tabù degli investitori, diventando in grado di attrarre enormi flussi di denaro.
Esploriamo il ruolo dei nuovi "unicorni" della difesa, tra cui Helsing e la finlandese ICEYE, che promettono soluzioni agili e veloci per l'autonomia strategica del continente, sostenuti da una combinazione di capitali privati e fondi NATO.
Il quarto capitolo ruota attorno al concetto di "nuovo Leviatano", ovvero il processo di ibridazione tra industria estrattiva, colossi tecnologici e apparati militari.
Cerchiamo qui di ricostruire la catena di fornitura che, partendo dalla materia prima grezza arriva fino al sistema di intelligenza artificiale in grado di individuare, identificare ed eliminare il nemico.
Analizziamo come, da una parte, gli storici fondi di investimento agiscano da sistema nervoso centrale, detenendo il controllo di fatto dell'intera catena di fornitura, ma come dall’altra parte si sia di fatto sviluppata un’industria alternativa che vi si contrappone, costituita da decine di start-up con approcci di business radicali e foraggiate dai fondi di venture capital senza scrupoli.
Infine, nell’ultimo capitolo approfondiamo il supporto al settore delle armi autonome da parte dell'Unione Europea, attraverso il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), e il ruolo sempre più centrale e controverso delle università pubbliche.
Raccontiamo come la militarizzazione della ricerca accademica, dove il confine tra usi civili e militari delle tecnologie (dual-use) diventa sempre più labile, stia alimentando forti tensioni etiche negli atenei, mettendo alla prova l'indipendenza dei ricercatori e la missione stessa dell’università.
Attraverso questa mappatura non intendiamo solo raccontare in maniera critica una nuova tecnologia e le problematiche etiche e morali più evidenti che si trascina dietro, ma proviamo a interrogarci sull'architettura di potere che sta alla base di questa tecnologia, capace di ridisegnare gli equilibri di potere a livello globale e di creare nuovi, enormi, rischi per tutta l’umanità.
Lo spettro delle armi autonome
di Andrea Daniele Signorelli
Perché tutto questo clamore attorno alle armi autonome? Secondo alcuni analisti e addetti ai lavori1, i cosiddetti LAWS (lethal autonomous weapon systems) alimentati da intelligenza artificiale sarebbero, in realtà, la logica evoluzione “smart” di armi già in uso da parecchio tempo. È un’interpretazione che ha un obiettivo preciso: attenuare i timori suscitati da sistemi bellici che, lungi dall’essere una minaccia, rappresenterebbero invece un importante passo avanti, essendo in grado di distinguere, a differenza per esempio delle classiche mine antiuomo, tra civili e belligeranti oppure di selezionare con maggiore precisione gli obiettivi, riducendo i danni collaterali.
È davvero così? Da un certo punto di vista, è vero: le armi autonome non sono niente di nuovo. Era il 1979 quando la Marina statunitense presentò il Mark 60 CAPTOR: una mina antisommergibile ancorata al fondale marino e dotata di siluro in grado di attivarsi autonomamente se i sensori confermavano la presenza di un bersaglio designato nel raggio d’azione. Non si trattava nemmeno del primo esempio di arma almeno parzialmente autonoma: già nel 1943, la Germania nazista aveva impiegato il siluro acustico G7es T5 Zaunkönig, capace, dopo essere stato lanciato dai soldati, di inseguire automaticamente il rumore delle eliche. Negli anni Cinquanta furono poi gli Stati Uniti a introdurre l’AIM-9 Sidewinder (1956), missile aria-aria a guida infrarossa che agganciava il bersaglio dopo il lancio. Nel 1978, la US Navy mise invece in servizio il sistema Phalanx CIWS, progettato per rilevare, tracciare e colpire autonomamente missili in arrivo.
E poi c’è il caso classico delle già citate mine antiuomo, essenzialmente delle “armi non presidiate” che esistono da oltre un secolo e vengono innescate dalla vittima, senza che un altro essere umano prenda la decisione di attivarle. Gli esempi appena riportati dimostrano come delle forme rudimentali di armi autonome o semi-autonome esistano ormai da parecchio tempo.
Eppure, questo focus sulla sola autonomia in fase di attivazione dell’arma rischia di far passare in secondo piano la questione davvero essenziale: le tecnologie basate su intelligenza artificiale – per esempio sistemi di computer vision integrati nei droni per individuare e classificare veicoli, edifici o persone; oppure algoritmi in grado di interpretare i dati raccolti da satelliti, intelligence e sorveglianza per identificare potenziali obiettivi – non si limitano a reagire a stimoli predefiniti (pressione, calore, segnali acustici) seguendo regole fisse, ma cercano di interpretare il contesto e operare scelte. L’autonomia si sposta quindi dalla semplice attivazione, eseguita seguendo criteri scelti dagli esseri umani, alla decisione su chi, dove e quando colpire. È questo slittamento, che come vedremo ha numerose e profonde ramificazioni, a creare i nodi etici, operativi e politici.
Che cosa s’intende, allora, per arma autonoma? Le definizioni fino a oggi in uso non aiutano a chiarire il quadro: anche nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali (Convention on Certain Conventional Weapons)2, si definisce arma autonoma come un “sistema d’arma che, una volta attivato da un essere umano, è in grado di selezionare e ingaggiare bersagli senza ulteriore intervento umano”. Questa stessa definizione si può però applicare anche per il Mark 60 CAPTOR da cui siamo partiti, e non cattura la differenza qualitativa introdotta dall’intelligenza artificiale, che non si limita ad attivarsi sulla base di input predefiniti, ma classifica, distingue, seleziona, interpreta e opera scelte probabilistiche in contesti bellici.
La differenza è quindi tra armi che si attivano autonomamente e armi che (potenzialmente) determinano in maniera autonoma i bersagli e le condizioni in cui colpire. Un documento stilato dal Dipartimento della Difesa statunitense nel 20233 permette inoltre di distinguere fra tre diversi gradi di autonomia: un sistema d’arma autonoma è un sistema che, una volta attivato, può selezionare e ingaggiare bersagli senza ulteriore intervento da parte dell’operatore. Un sistema di arma autonoma supervisionato dall’operatore è progettato per dare all’operatore la capacità di intervenire e terminare operazioni, in caso di guasto o di possibili errori. Un sistema d’arma semi-autonoma è invece destinato a ingaggiare solo target selezionati dall’operatore, pur agendo in maniera autonoma nella navigazione dell’area interessata, nell’identificazione del bersaglio, nella selezione della potenza di fuoco. A fare effettivamente fuoco è però, da remoto, l’operatore umano.
Vista dalla prospettiva umana, questa triplice classificazione prende i nomi di “human out of the loop”, senza monitoraggio e possibilità di intervento; “human on the loop”, che consente l’ingaggio del sistema ma con possibilità d’intervento; e “human in the loop”, che mantiene la decisione umana sui bersagli specifici4. Il grado di autonomia dei sistemi bellici alimentati da intelligenza artificiale si comprende quindi meglio se considerato non come un’alternativa binaria, ma come uno spettro all’interno del quale avviene una cessione del potere decisionale umano, che può essere minimo, medio o massimo. In ogni caso, come si legge sul Guardian, “tra gli esperti e i ricercatori c’è un consenso generale sul fatto che le macchine siano oggi più in grado di prendere decisioni senza bisogno di input umano di quanto non lo siano mai state”5.
Esempi di armi autonome alimentate da intelligenza artificiale
Nell’immaginario collettivo, il classico “soldato robot antropomorfo” in stile Terminator è stato gradualmente sostituito dai ben più realistici droni autonomi, che sfruttano sistemi di intelligenza artificiale per navigare gli ambienti, identificare e colpire i propri bersagli. L’esempio più noto è probabilmente il Kargu prodotto dall’azienda turca STM: un drone progettato per missioni di ricognizione, sorveglianza e attacco di precisione. Secondo STM, il Kargu può essere operato da remoto ma anche volare in autonomia, e colpire bersagli statici o in movimento grazie a sistemi di elaborazione delle immagini in tempo reale, riconoscimento automatico del bersaglio e altri algoritmi di machine learning integrati nella piattaforma6.
I progetti più tecnologicamente avanzati sono però, oggi, probabilmente quelli portati avanti dalla startup statunitense Anduril, fondata nel 2017 da Palmer Luckey (già noto per aver fondato la società di realtà virtuale Oculus, poi acquistata da Meta) e sostenuta da investitori come Founders Fund, Andreessen Horowitz, General Catalyst, Lux Capital e Altimeter. Nel corso del 2026, un nuovo round di finanziamenti guidato da Thrive Capital e Andreessen Horowitz dovrebbe portare il totale dei finanziamenti ricevuti a 10 miliardi di dollari per una valutazione attorno ai 60 miliardi. Parallelamente sono cresciuti anche i contratti pubblici: nel 2024 l’azienda aveva accordi per circa 1,5 miliardi di dollari, mentre nel marzo 2026 l’esercito statunitense le ha assegnato un contratto decennale che può arrivare fino a 20 miliardi di dollari7.
Nonostante le cifre da capogiro, la maggior parte dei prodotti di Anduril sono ancora in fase di sviluppo o di prototipazione. Fanno eccezione le Sentry Towers, torri di sorveglianza autonome impiegate soprattutto per il controllo dei confini, che combinano sensori, radar, telecamere e software di intelligenza artificiale per rilevare e classificare movimenti, veicoli o persone; il sottomarino Dive-LD, un veicolo subacqueo autonomo a lungo raggio destinato invece a missioni di ricognizione, sorveglianza e raccolta dati negli ambienti marini; gli intercettori anti-drone Anvil e Roadrunner, che neutralizzano i velivoli ostili tramite impatto diretto; le munizioni circuitanti (loitering munitions, un sistema d'arma in cui la munizione è il drone stesso) Altius, che restano in volo sopra l'area di operazioni fino a schiantarsi contro il bersaglio designato.
Anduril è ovviamente solo una delle tantissime realtà statunitensi che stanno sfruttando a fini bellici le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Secondo quanto riporta il New York Times8, il Pentagono ha richiesto al Congresso degli Stati Uniti, nel suo ultimo budget, oltre 13 miliardi di dollari per lo sviluppo di sistemi autonomi, di cui una parte significativa per i contratti industriali sottoscritti con startup – come Shield AI, Saronic, Epirus – e aziende tradizionali del settore come Lockheed Martin, L3Harris o Northrop Grumman.
Altri importanti esempi di arma autonoma provengono invece dall’altra superpotenza tecnologica: la Cina. Durante lo Zhuhai Airshow del 2024, Norinco – uno dei principali produttori cinesi di armamenti – ha mostrato diversi sistemi dotati di intelligenza artificiale, tra cui una brigata di veicoli corazzati e droni controllati e coordinati da sistemi IA. Nello stesso evento, la Aviation Industry Corporation of China (AVIC) ha presentato un drone da 16 tonnellate progettato per funzionare come una sorta di “portaerei volante”, capace di rilasciare in volo decine di droni più piccoli. Più di recente, sempre Norinco ha invece presentato il P60, un carro armato autonomo (per la precisione, un veicolo terrestre da combattimento senza pilota) progettato per missioni di ricognizione e supporto al combattimento, e potenzialmente integrabile con sistemi d’arma telecomandati.
Per quanto ci siano poche informazioni pubblicamente disponibili sui sistemi sviluppati o in fase di sviluppo in Cina, alcuni esperti – come Emelia Probasco del Center for Security and Emerging Technologies – ritengono non solo che l’Esercito Popolare di Liberazione sia in grado di tenere il passo degli Stati Uniti, ma che “in alcune aree sia chiaramente in vantaggio, perché la sua capacità produttiva gli permette di produrre armi autonome a una scala che il Pentagono non può pareggiare”9.
In Israele, invece, Elbit Systems produce l’Assault Rifle Combat Application System: un mirino “AI-powered” per fucili d’assalto in grado, secondo l’azienda, di rilevare e identificare bersagli umani a oltre 500 metri di distanza. È quindi un sistema che integra l’intelligenza artificiale direttamente nella mitragliatrice, aiutando il soldato a individuare e selezionare la persona contro cui fare fuoco. In Corea del Sud, Samsung ha sviluppato già negli anni Duemila la torretta automatizzata SGR-A1, pensata per la zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord: un sistema fisso dotato di telecamere, sensori termici e mitragliatrice, capace di rilevare, tracciare e potenzialmente ingaggiare un bersaglio umano, anche se il grado effettivo di autonomia letale non è mai stato del tutto chiarito. Sempre in Corea del Sud, l’azienda DoDAAM ha sviluppato Super aEgis II, una torretta automatizzata in grado di individuare bersagli umani a chilometri di distanza.
A questo elenco si potrebbero aggiungere i droni autonomi Lancet prodotti in Russia da ZALA/Kalashnikov, quelli guidati con visuali in prima persona (FPV, first person view) dall’ucraina TAF Industries e le tante startup attive anche in Unione Europea (alle quali dedichiamo un capitolo specifico). Il quadro però è chiaro: quella alle armi autonome è una corsa globale che – scrive ancora il Guardian, facendo un parallelo con lo sviluppo della bomba atomica nel corso della Seconda Guerra Mondiale – “ha raggiunto il suo momento Oppenheimer”10.
Come ha affermato Eric Schmidt11, ex presidente di Google che a cavallo degli anni Venti ha presieduto la National Security Commission on Artificial Intelligence, “ogni tanto emerge una nuova tecnologia o una nuova arma che cambia la situazione. Einstein negli anni Trenta scrisse una lettera a Roosevelt spiegandogli che c’era una nuova tecnologie – le armi nucleari – che avrebbero cambiato la guerra, com’è effettivamente avvenuto. Ritengo che i sistemi bellici alimentati da intelligenza artificiale siano altrettanto potenti”12.
Ma se le implicazioni delle armi nucleari sono ormai comprese in tutto il loro potenziale distruttivo e nello loro ripercussioni geopolitiche, le potenzialità, i limiti e le conseguenze dei sistemi bellici basati su intelligenza artificiale sono invece in larga parte ancora da indagare. Prima di affrontare questo cruciale aspetto, è però necessario analizzare la più recente evoluzione bellica dell’intelligenza artificiale, che – in un certo senso – ha iniziato a scalare le gerarchie militari e viene oggi sempre più spesso impiegata non come arma, ma come sistema di supporto decisionale (DSS, decision support system), amplificando ulteriormente i timori relativi al suo abuso, ai rischi per i civili e alle questioni etiche.
Da armi a strumenti di pianificazione strategica
Più l'intelligenza artificiale avanza e le sue capacità evolvono, più il suo utilizzo in ambito bellico si sta spostando dalle armi autonome ai sistemi di supporto decisionale (DSS, decision support system). È un'evoluzione che rende ancora più evidente lo slittamento di cui abbiamo parlato all'inizio: l'autonomia dell'intelligenza artificiale non si esercita più soltanto sull'attivazione di un'arma, ma sulla decisione stessa su chi, dove e quando colpire. Non più quindi droni, veicoli di terra o di acqua con il compito di pattugliare territori e individuare bersagli, ma piattaforme software che hanno invece il compito di riconoscere e classificare rapidamente gli obiettivi che compaiono in video e immagini, ottenere un’analisi predittiva delle minacce, stimare i potenziali danni collaterali e rilevare anomalie.
Un centro di comando che impiega un software di questo tipo visualizza sui monitor una mappa in cui si muovono in tempo reale centinaia di icone: unità alleate, presunte posizioni nemiche, droni in volo, convogli logistici, segnali radar intercettati. I dati vengono raccolti da molteplici fonti: immagini ad alta risoluzione ottenute da satelliti militari e commerciali, riprese video trasmesse in diretta dai droni di sorveglianza, segnali radar e termici captati da sensori a terra, intercettazioni di comunicazioni nemiche, rapporti di intelligence umana provenienti da informatori e agenti sul campo, dati di geolocalizzazione ricavati dai telefoni cellulari, contenuti pubblicati sui social media e analizzati con tecniche di open source intelligence.
Senza un sistema di supporto decisionale, sarebbero migliaia di informazioni grezze e impossibili da gestire in tempo utile. Con un DSS, invece, gli stessi dati vengono filtrati, incrociati e tradotti in una manciata di opzioni operative. Ipotizziamo questo scenario: il software segnala che un convoglio nemico è in movimento lungo un determinato asse, stima all'87% la probabilità che si tratti di un'unità corazzata e propone tre possibili linee d'azione: attacco aereo, sorveglianza prolungata o richiesta di conferma. Gli operatori non generano nessuna di queste informazioni: le ricevono già strutturate e possono sfruttarle per decidere in tempi estremamente rapidi la linea d’azione.
Da un certo punto di vista, potremmo quindi dire che questi software DSS hanno principalmente due compiti: dissipare la “nebbia della guerra” teorizzata dal generale prussiano Von Clausewitz – raccogliendo, filtrando e interpretando enormi quantità di dati provenienti da sensori, satelliti, droni e sistemi di intelligence – e aumentare la velocità decisionale, valutando le opzioni operative in tempi ridotti, stimando rischi e conseguenze, coordinando le unità e reagendo quasi in tempo reale agli sviluppi del conflitto.
L’esempio più noto di sistema di supporto decisionale è Maven Smart System. Sviluppato a partire dal 2017 da Palantir, Maven è una “piattaforma di comando e controllo” che offre anche “consapevolezza situazionale in tempo reale” — ovvero una rappresentazione di ciò che accade sul terreno, comprese posizioni delle forze amiche e nemiche, asset disponibili e minacce attive — e supporto alla pianificazione operativa: dalla generazione e valutazione delle azioni potenziali alla stesura di elementi utili per gli ordini operativi. Secondo gli stessi funzionari della NATO, che hanno siglato nel 2025 un contratto con Palantir per il suo utilizzo, Maven fornisce ai comandanti delle “abilità in stile videogioco” di supervisionare ciò che avviene sul campo di battaglia13.
Negli ultimi anni, i sistemi di supporto decisionale come Maven o i più semplici software di AI-assisted targeting (come l’israeliano The Gospel, che analizza direttamente i dati raccolti tramite intelligence e sorveglianza per identificare obiettivi infrastrutturali da colpire, come edifici, tunnel, depositi) hanno inoltre iniziato a integrare large language model come GPT di OpenAI (il modello che alimenta ChatGPT) o Claude di Anthropic.
Ciò permette di combinare le capacità dell’intelligenza artificiale predittiva (in grado di analizzare grandi quantità di dati per individuare schemi, classificare eventi e stimare probabilità future) con quelle dell'intelligenza artificiale generativa (capace di comprendere richieste in linguaggio naturale e produrre testi, sintesi e raccomandazioni operative). I large language model vengono quindi integrati nelle piattaforme predittive per rendere più facilmente comprensibile la complessità delle informazioni da esse ricavate: “Una possibile applicazione potrebbe consistere nell’assistere i comandanti militari nel prendere la decisione giusta alla velocità richiesta, supportando lo staff nello sviluppo, nella valutazione e nella raccomandazione delle opzioni operative disponibili (Courses of Action, COA)”, si legge sulla rivista del Joint Air Power Competence Centre (un centro di ricerca della NATO). “Gli LLM potrebbero inoltre aiutare l’operatore umano nell’analisi e nella valutazione dei dati in tempo reale, accorciando così il ciclo operativo e fornendo un vantaggio decisivo sul campo di battaglia”14.
In sintesi, Maven unisce i dati provenienti da satelliti, droni, report di intelligence e segnali radar. Claude o ChatGPT, integrati nella stessa piattaforma, analizzano questi dati, li rendono consultabili in linguaggio naturale e possono fornire suggerimenti sull’azione da intraprendere o la forza da impiegare. I modelli linguistici impiegati in ambito militare sono quindi complementari ai modelli predittivi e spesso integrati nelle stesse piattaforme, permettendo così di analizzare con maggiore facilità e rapidità la grande mole di dati raccolta ed elaborata dai sistemi di supporto decisionale.
Le questioni etiche e di sicurezza
Le armi autonome e i sistemi di supporto decisionale sollevano le stesse preoccupazioni etiche: l'opacità degli algoritmi, la difficoltà di stabilire chi sia responsabile quando il sistema sbaglia, la tendenza umana a fidarsi eccessivamente del giudizio della macchina, il rischio di un'erosione progressiva delle competenze decisionali, la facilità con cui questi sistemi portano a una moltiplicazione degli attacchi. Ci sono però anche differenze sostanziali15.
I problemi legati all'utilizzo delle armi autonome si pongono soprattutto nel momento dell'atto letale. La macchina esegue materialmente l'attacco e la questione è se possa farlo nel rispetto dei principi del diritto internazionale umanitario, distinguendo correttamente tra civili e combattenti, riconoscendo anche i segnali di resa meno convenzionali, interpretando il contesto ed evitando di colpire nel caso in cui, per esempio, il bersaglio si trovi in prossimità di numerosi civili. I DSS, invece, non sparano: producono informazioni, raccomandazioni, liste di bersagli e altro. A scegliere è sempre l'essere umano, ma alle condizioni dettate dalla macchina. Con i DSS, il problema non è quindi se la macchina abbia ucciso al posto dell'essere umano, ma se l'essere umano sia nelle condizioni di utilizzare un sistema di "supporto" che opera a una velocità e genera una quantità di risultati tali da rendere spesso impossibile prendere decisioni informate, mettendo così in discussione il significato stesso della sua scelta.
Alla luce dei tanti errori commessi dall’intelligenza artificiale, il controllo umano è indispensabile. Eppure, quando la priorità è la velocità, il concetto stesso di “controllo umano significativo” – formula divenuta centrale nei documenti ufficiali e nei negoziati internazionali sulle armi autonome – rischia di essere una garanzia solo apparente. Non solo perché la lentezza dell’essere umano è quasi d’intralcio al software, che quindi da sistema di supporto decisionale rischia di diventare il “sistema decisionale”, ma anche perché la capacità degli esseri umani di supervisionare, correggere o ignorare le decisioni della macchina è regolarmente sovrastimata. Le ragioni sono varie e in parte già note: uno studio pubblicato di recente dalla Wharton School definisce “resa cognitiva”16 il fenomeno per cui gli utenti dei modelli linguistici tendono a dedicare sempre meno tempo alla verifica dei risultati. È una sorta di versione ancora più insidiosa del noto “automation bias”, secondo cui le persone si fidano del giudizio della macchina a causa della patina di oggettività che circonda erroneamente questi strumenti statistici e del modo in cui le loro capacità vengono magnificate senza essere adeguatamente problematizzate.
Un altro elemento che sta emergendo è quello del de-skilling causato dalla necessità di prendere decisioni sempre più rapide, che spinge a delegare un numero crescente di responsabilità decisionali alla macchina: “Stiamo riducendo le nostre stesse abilità”, ha spiegato Elke Schwarz, docente del dipartimento di Studi bellici dell’Università di Londra. “I comandanti stanno diventando sempre meno abili a identificare ciò di cui sono responsabili in un campo di battaglia”17.
Tutto ciò è ulteriormente complicato dalla tendenza di questi sistemi – ormai accertata e anche ammessa dagli stessi sviluppatori – a dare ragione agli utenti con troppa facilità (fenomeno chiamato AI Sycophancy). Per certi versi, è il contrario dell’automation bias: se nel primo caso sono gli umani che si fidano troppo della macchina, in questo caso sono le macchine che tendono a confermare ciò che gli umani vogliono sentirsi dire, con il rischio che, sul campo di battaglia, i soldati sfruttino questi sistemi, magari inconsapevolmente, per ottenere una conferma di decisioni già prese, indipendentemente dalla loro bontà.
C’è poi il noto e ineliminabile problema delle allucinazioni (che si ha quando un sistema di intelligenza artificiale presenta come se fosse certa un’informazione invece sbagliata o completamente inventata), che potrebbero annidarsi in ogni sintesi di report, documento generato a partire dai dati o traduzione. Criticità che diventa ancora più allarmante se combinata alla tendenza dei modelli generativi, recentemente osservata, a prediligere nelle simulazioni l’escalation bellica rispetto a soluzioni più caute18.
E questo senza nemmeno aver aperto il fondamentale capitolo dell’etica, della responsabilità e della trasparenza: come si fa a risalire la catena decisionale in caso di errore quando – come avviene per esempio con l’esercito statunitense19 – non si sa nemmeno se un sistema d’intelligenza artificiale è stato impiegato per decidere quando e dove colpire? E, in ogni caso, chi è responsabile dell’errore: il soldato che ha eseguito l’ordine della macchina, quello che l’ha validato, l’ufficiale che ha deciso di impiegare il software in quel caso specifico o lo sviluppatore del sistema stesso?
Domande che valgono sia per le armi autonome che per i sistemi di supporto decisionale e in cui gli unici attori a essere protetti sembrano essere proprio le aziende: "Le imprese del settore della difesa sono generalmente al riparo da responsabilità legali quando i loro prodotti accidentalmente non funzionano come previsto, anche quando le conseguenze sono letali, e la natura riservata dell'apparato di sicurezza nazionale statunitense fa sì che né le aziende né i governi siano obbligati a rendere pubblici i dettagli sul funzionamento di questi sistemi"20. A questo si aggiunge un ulteriore livello di opacità: quando i governi prendono tecnologie di intelligenza artificiale già di per sé riservate e proprietarie e le inseriscono nel mondo clandestino della sicurezza nazionale, si crea quello che la giurista dell'Università della Virginia Ashley Deeks ha definito una "double black box"21: una doppia scatola nera che rende estremamente difficile, per l'opinione pubblica, sapere se questi sistemi stiano operando correttamente o eticamente.
Secondo la ricercatrice della Carnegie Mellon Carol J. Smith22, né la persona più bassa in grado né quella dal grado più elevato dovrebbero farsi carico interamente del fardello della responsabilità, che dovrebbe invece essere distribuita tra tutte le persone coinvolte. L’introduzione dell’intelligenza artificiale, secondo Smith, non deve in alcun modo cambiare questa prospettiva. Vista così, mantenere lo “human-in-the-loop” e garantire la tracciabilità decisionale basterebbe a risolvere qualunque problema di responsabilità.
Per i motivi che abbiamo già visto, è una soluzione probabilmente semplicistica. Come ha affermato Paul Scharre, vicepresidente del Center for a New American Security, l’impressione è che ogni tanto manteniamo lo “human-in-the-loop” per una sola ragione: avere qualcuno a cui attribuire la colpa. E così, si torna alla questione iniziale. Le armi autonome esistono da decenni e il dibattito sui “killer robot” rischia di farci perdere di vista il vero salto qualitativo introdotto dall'intelligenza artificiale: non più la sola capacità di attivarsi sulla base di criteri scelti dagli esseri umani, ma quella di interpretare il contesto, classificare, selezionare, decidere. Uno slittamento che non riguarda solo i droni che individuano un bersaglio in autonomia, ma anche e soprattutto i software che oggi suggeriscono ai comandanti chi colpire, dove e quando. È in questa zona grigia – in cui l’essere umano formalmente è ancora al vertice, mentre sempre più spesso si limita a validare le decisioni della macchina – che si gioca una partita etica, politica e giuridica sempre più urgente.
I sistemi d’arma autonomi nei recenti contesti di guerra
Di Laura Carrer
Negli ultimi anni il tema dei sistemi d’arma autonomi è passato da oggetto prevalentemente speculativo a questione centrale nell’analisi della trasformazione contemporanea della guerra. I conflitti in Ucraina, Gaza23 e – in parte – anche Iran e Libano, mostrano infatti una crescente integrazione tra sensori, sistemi di sorveglianza, software di supporto decisionale, infrastrutture cloud e strumenti di analisi automatizzata dei dati, all’interno di una più ampia riconfigurazione della violenza armata remota, algoritmica e guidata dai dati24.
In questo quadro, la domanda rilevante non è soltanto se esistano già armi pienamente autonome dispiegate su larga scala, ma anche in che misura processi progressivi di automazione stiano già riducendo la sostanza del controllo umano25 nella selezione e nell’ingaggio dei bersagli.
Un primo nodo concettuale riguarda le definizioni. Come osserva Human Rights Watch nel rapporto del 2025 dedicato agli autonomous weapons systems e al digital decision-making, la discussione giuridica e politica ruota attorno a sistemi che, una volta attivati, possono selezionare e applicare la forza ai bersagli sulla base dell’elaborazione di sensori, distinguendosi così sia dai droni remotamente pilotati sia dai sistemi che supportano la decisione umana senza esercitare direttamente la forza.
Una distinzione essenziale, perché molte delle pratiche oggi osservabili nei conflitti recenti si collocano in una zona grigia fra automazione avanzata, semi-autonomia e delega progressiva di funzioni cognitive e operative a sistemi algoritmici.
Da questo punto di vista, il lavoro della professoressa dell’Università di Utrecht Lauren Gould e dei programmi Intimacies of Remote Warfare e Realities of Algorithmic Warfare offre una cornice analitica particolarmente utile. L’idea alla base di questi programmi universitari è quella di analizzare gli effetti della guerra remota, “the Western way of war”, con un'attenzione particolare all’impatto sui civili, sulla trasparenza democratica e sui meccanismi di accountability.
D’altronde i sistemi d’arma autonomi non sono un’innovazione isolata, ma semmai rappresentano l’evoluzione di una più lunga traiettoria di guerra remotizzata nella quale la distanza geografica, la superiorità tecnologica e la mediazione dei dati ridefiniscono il rapporto tra violenza, responsabilità e visibilità pubblica26.
La professoressa Gould, intervistata dalla testata Follow The Money, traduce così questa prospettiva teorica: la guerra contemporanea è sempre più condotta attraverso satelliti, droni, infrastrutture di sorveglianza e sistemi di IA capaci di identificare, tracciare e colpire obiettivi con velocità e portata crescenti. Ma il problema non è semplicemente la “distanza” tra il decisore e il bersaglio. È anche il modo in cui tale distanza riduce l’intelligence umana disponibile, aumenta la dipendenza da dati remoti e rende opachi i circuiti decisionali da cui dipende l’uso della forza.
Ne deriva una forma di guerra che tende a presentarsi come precisa e razionale, ma che può produrre effetti devastanti, soprattutto quando la qualità dei dati è insufficiente, decontestualizzata o distorta.
Da Kiev a Teheran, passando per Gaza
Questa cornice teorica consente di leggere con maggiore precisione i casi recenti di Ucraina, Gaza, Iran e Libano, seppur con le dovute differenze. Nel caso ucraino, le fonti disponibili documentano con chiarezza una crescente integrazione tra droni, software e fanteria all’interno di modelli operativi unificati, ma non offrono ancora una prova altrettanto chiara e pubblicamente verificata dell’impiego sistematico di sistemi letali pienamente autonomi contro persone e senza controllo umano significativo.
L’agenzia di stampa Reuters27 ha riferito dell’adozione da parte ucraina di un nuovo sistema integrato droni-fanteria, mentre altre fonti segnalano la volontà di condividere dati raccolti sul campo per addestrare sistemi militari di IA28. L’Ucraina appare dunque soprattutto come un laboratorio di automazione crescente29, nel quale ricognizione, difesa e selezione del bersaglio diventano sempre più dipendenti da sistemi semi-autonomi e dall'elaborazione accelerata dei dati.
A Gaza invece, il quadro è enormemente più avanzato, sicuramente anche perché la forza di occupazione e di genocidio è rappresentata dallo stato di Israele, uno dei paesi più potenti al mondo nell’industria tecnologica e della sorveglianza. Nella Striscia è stato dimostrato l’impiego di strumenti assistiti dall’IA per l’intercettazione di droni, così come di droni capaci di operare in ambienti complessi come una rete di tunnel sotterranei. In parallelo, inchieste giornalistiche hanno per la prima volta raccontato di sistemi come Lavender e Gospel, usati dall’esercito israeliano per generare o ordinare bombardamenti su larga scala. Questi esempi sono particolarmente significativi per inquadrare la guerra automatizzata di oggi e di domani.
Secondo quanto scoperto dai giornalisti israeliani e palestinesi di +972 e Local Call, il sistema Lavender è stato usato per marcare persone come potenziali obiettivi di bombardamento, in particolare sospetti membri delle ali armate di Hamas e della Jihad islamica palestinese. Prima è stato necessario addestrare il sistema su profili già noti di militanti, ricercando poi una corrispondenza di caratteristiche simili nella popolazione palestinese generale: pattern nel modo di comunicare, l’appartenenza a gruppi WhatsApp, i cambi frequenti di telefono o di indirizzo di casa, e altre caratteristiche considerate sospette dall’esercito israeliano.
L’elemento più grave emerso dall’inchiesta non è solo l’esistenza del sistema, ma il modo in cui il suo output è trattato. Le fonti intervistate dai giornalisti sostengono che, una volta ritenuto sufficientemente accurato, Lavender sarebbe stato usato con supervisione umana molto ridotta, fino al punto che gli operatori avrebbero spesso agito come semplici “ratificatori” delle decisioni della macchina. Circa venti secondi di coinvolgimento umano per target, limitandosi talvolta a verificare che il bersaglio fosse un uomo.
Nelle prime settimane dei bombardamenti contro Gaza, secondo l’inchiesta30, l’esercito israeliano si sarebbe affidato quasi completamente a Lavender, che avrebbe segnalato fino a 37.000 palestinesi come sospetti militanti, insieme alle loro abitazioni, per possibili attacchi aerei.
Le inchieste giornalistiche hanno aggiunto anche un altro tassello importante. Il sistema Lavender non agirebbe da solo, ma insieme ad altri software automatizzati fra cui uno chiamato ironicamente “Where is daddy?”. Uno strumento che sarebbe stato usato per tracciare i soggetti già marcati da Lavender e segnalare quando rientravano nelle loro case, così da colpirli proprio lì, di notte e con la famiglia presente.
Non si tratta dunque soltanto di identificare un sospetto quanto di collegarlo automaticamente a un’abitazione privata, trasformando la situazione nel momento ideale per l’attacco. L’obiettivo, stando alle testimonianze raccolte, è quello di uccidere interi nuclei familiari insieme al bersaglio designato. Le informazioni sono state ottenute da fonti interne all’esercito israeliano (IDF), poi smentite in larga parte dalle autorità di Tel Aviv.
Gospel, o Habsora, svolgerebbe invece una funzione diversa31: non produrrebbe principalmente liste di persone, ma raccomandazioni di bersagli come edifici, infrastrutture, abitazioni o altri siti che l’esercito israeliano ritiene collegati ad attività militanti. Nell’inchiesta di +972 e Local Call, Gospel è descritto come un sistema largamente costruito sull’IA capace di generare bersagli “quasi automaticamente” a un ritmo molto più elevato rispetto al passato, tanto da essere definito da una fonte dei giornalisti come un meccanismo da “mass assassination factory” (“fabbrica di omicidi di massa”).
Questi strumenti non sostituiscono formalmente la decisione umana finale, ma automatizzano porzioni cruciali della selezione del bersaglio, comprimendo il tempo di verifica e ampliando drasticamente la scala dei target.
I teatri iraniani e libanese appaiono invece come contesti in cui le logiche della guerra algoritmica si stanno espandendo in modo simile, ma sono più difficilmente verificabili. Nell’intervista di Gauld rilasciata a Follow The Money la studiosa presenta Iran e Libano come la prosecuzione di una traiettoria che, passando da Afghanistan, Ucraina e Gaza, normalizza progressivamente l’uso di tecnologie AI-enabled nel processo di attacco. Secondo il Wall Street Journal32, gli Stati Uniti avrebbero usato il modello linguistico Claude di Anthropic per assistere le catene di comando nell’individuazione dei target durante i bombardamenti in Iran. I bersagli colpiti sarebbero stati oltre 1.000 nelle prime 24 ore.
Chatham House, think tank britannico, scrive che il comandante statunitense Brad Cooper ha confermato l’uso di una “una varietà di strumenti di IA avanzati” per vagliare grandi quantità di dati durante il conflitto con l’Iran33, affermando che tali strumenti hanno accelerato processi che prima richiedevano ore o giorni fino a ridurli a pochi secondi34. Il think tank cita inoltre il Maven Smart System35 come esempio di strumento AI-enabled che aiuta a identificare e colpire obiettivi e ad assistere la catena di comando in guerra, precisando però che non è chiaro come e in quale misura questi strumenti siano stati usati in Iran.
Secondo quanto descritto dalla stessa Palantir36, che la sviluppa, Maven è una piattaforma di supporto all’intelligence e all’individuazione del bersaglio che raccoglie e integra grandi quantità di dati sul campo, li analizza rapidamente e restituisce ai militari un quadro operativo utile a identificare, classificare, prioritizzare e talvolta associare i bersagli a specifiche opzioni di attacco.
Palantir fa risalire la creazione di Maven al Project Maven, avviato dal Dipartimento della Difesa USA nel 2017 per accelerare l’integrazione di big data, machine learning e computer vision nell’analisi militare37. Nel marzo 2025 la piattaforma è stata comprata anche dalla NATO, che ha iniziato a fornirla a tutti i 32 paesi dell’Alleanza Atlantica38 al tempo record – dalla definizione dei requisiti all’acquisizione – di sei mesi.
Nella comunicazione ufficiale, Ludwig Decamps, Direttore Generale della NCIA – l’agenzia di comunicazione della NATO – afferma che l’agenzia “è lieta di collaborare con il Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (SHAPE) e Palantir per fornire MSS NATO (Maven Smart System, ndr) alle forze armate, offrendo all'Alleanza capacità di intelligenza artificiale all'avanguardia e personalizzate, e dotando le nostre forze degli strumenti necessari sul moderno campo di battaglia per operare in modo efficace e deciso”.
Uno strumento che, si legge, consente “a comandanti e militari di sfruttare l'intelligenza artificiale (IA) di ultima generazione in modo sicuro e protetto nelle operazioni militari fondamentali”, e “[...] migliora la fusione e l'individuazione degli obiettivi delle informazioni di intelligence, la consapevolezza e la pianificazione del campo di battaglia e l'accelerazione del processo decisionale”.
Nel complesso, i teatri di guerra recenti e attuali suggeriscono che i sistemi d’arma autonomi vadano studiati come parte di un più ampio regime di guerra remota e algoritmica. I casi di Ucraina, Gaza, Iran e Libano non mostrano tutti lo stesso grado di autonomia tecnica ma indicano una traiettoria comune: l’espansione di sistemi che classificano, ordinano, selezionano e raccomandano bersagli; la compressione del giudizio umano; la crescita di forme di danno civile che eccedono la sola conta dei morti e la difficoltà crescenti di attribuire responsabilità chiare in catene decisionali distribuite.
È in questa zona grigia, più che nel solo scenario del “robot che uccide da solo”, che si sta giocando oggi la trasformazione più profonda della guerra e, con essa, una delle sfide più urgenti per il diritto internazionale, la ricerca critica e il controllo democratico della forza armata.
Dal massacro di civili ad Hawija al dibattito alle Nazioni Unite
I presagi di una guerra remota dominata dagli algoritmi si sono intravisti anni prima. Con la promessa di colpire meglio i bersagli, da più lontano e con meno attrito politico, dall’inizio del Novecento si è man mano fatta largo una guerra di precisione, che ha portato a una svolta non solo tecnologica ma anche culturale e dottrinale.
La Guerra del Golfo del 1991 resta il momento simbolico in cui questa guerra di precisione viene presentata come nuova normalità. Ma diversi studiosi, tra cui James Patton Rogers, esperto di droni nei conflitti, hanno sostenuto che la “precision warfare” abbia radici più antiche, risalenti fino alla Prima guerra mondiale, quando l’idea di colpire obiettivi specifici comincia a intrecciarsi con ricognizione, artiglieria, controllo del fuoco e tecniche sempre più raffinate.
In altre parole, la precisione non nasce con il missile intelligente bensì quando la guerra inizia a dipendere dalla qualità dell’informazione. Una traiettoria che accelera con il passaggio alla guerra aerea, ai droni e ai sistemi di sorveglianza integrata. Nel lessico contemporaneo sono usati termini come “targeting”, “strike chain”, “ISR” (intelligence, sorveglianza, acquisizione del target e riconoscimento): la decisione militare non è più solo una scelta umana ma un processo distribuito. Qui si può intravedere come la guerra di precisione sia stata in parte precorritrice della guerra algoritmica attuale.
Lucy Suchman, sociologa britannica che lavora all’intersezione tra scienza e tecnologia, ha mostrato39 come l’automazione dell’analisi di dati e l’uso di sistemi come Project Maven rappresentino un’evoluzione di una logica già inscritta nella pretesa di precisione: vedere di più, classificare più in fretta, colpire con maggiore selettività.
Il caso di Hawija, città poco a nord di Baghdad, dimostra però che quella della precisione è anche una promessa fragile. L’attacco aereo portato a termine da due F-16 olandesi40, che risale al 2 giugno 2015, è indirizzato contro un sito ritenuto una fabbrica di munizioni controllato dall’ISIS. L’intelligence olandese aveva indicato l’assenza di civili nelle vicinanze, ma la presenza di esplosivi in grosse quantità generò un’esplosione secondaria che distrusse un intero quartiere. In quella circostanza sono morti almeno 85 civili41. Centinaia sono stati i feriti.
Questo è uno degli episodi più letali avvenuti contro l’ISIS in Iraq e Siria. Il caso smonta l’idea che in un teatro di guerra la precisione coincida con il controllo totale: un bersaglio selezionato con cura può comunque produrre effetti indiscriminati e duraturi.
L’attenzione istituzionale si è concentrata soprattutto sull’esplosione e sulla letalità immediata causata da quest’ultima, lasciando in secondo piano gli effetti successivi: perdita di reddito delle persone sopravvissute, costi sanitari per i feriti, sfollamento e frattura della comunità, difficoltà di accesso a rimedi concreti.
Chi bombarda da lontano tende a perdere conoscenza situata del contesto locale. Per anni i Paesi Bassi non hanno riconosciuto adeguatamente la portata del danno causato dall’attacco, e i civili colpiti non hanno ottenuto giustizia, riconoscimento, scuse né compensazione. Insomma, il caso di Hawija è importante perché offre un modello analitico per capire cosa succede quando la guerra si fa più distante, tecnicizzata e opaca.
Applicata al tema dei sistemi d’arma autonomi, questa prospettiva impone di andare oltre la sola questione della precisione tecnica o della conformità formale al diritto bellico, per interrogare l’intero ecosistema di violenza, invisibilizzazione e deresponsabilizzazione prodotto dalla combinazione tra tecnologie remote, dati e automazione.
Il dibattito normativo si sta inoltre spostando dai soli sistemi pienamente autonomi ai sistemi di supporto decisionale basati sull’IA. La risoluzione Onu 79/23942 dedicata all’intelligenza artificiale nel dominio militare osserva che gli IA-based decision support systems influenzano già in modo significativo l’identificazione, la classificazione e la prioritizzazione dei bersagli nei contesti di guerra, pur non esercitando direttamente forza letale.
Proprio questa posizione intermedia li rende politicamente e giuridicamente problematici: possono restringere il giudizio umano, accelerare la “catena di uccisione” e ridistribuire la responsabilità lungo catene tecniche e burocratiche che il diritto fatica a descrivere. Nel dibattito pubblico sul tema infatti, il concetto di man in the loop viene spesso immaginato come la presenza di un operatore che approva l’azione finale sul target. I sistemi di supporto decisionale però, secondo voci accademiche più critiche come Gauld, possono incidere molto prima del momento dell’esplosione: per esempio al momento dell’identificazione, della classificazione e della prioritizzazione dei bersagli, cioè proprio nella fase in cui si costruisce il campo delle opzioni tra cui il decisore umano poi sceglie. Se il software ha già ristretto il ventaglio dei bersagli possibili, ordinato le priorità e attribuito punteggi di rischio, l’umano non sta più decidendo da zero: sta decidendo dentro una cornice già modellata dall’algoritmo.
Senza considerare poi che la formula “meaningful human control” non chiarisce di quale umano si stia parlando: il progettista del sistema? Chi seleziona i dati di addestramento? Chi definisce le soglie di rischio? L’analista che legge l’output? Il comandante che autorizza l’attacco oppure l’operatore che conferma in pochi secondi ciò che la macchina ha deciso? Non esiste infatti un solo soggetto umano, ma una catena di soggetti con ruoli, poteri e responsabilità molto diversi.
La carica della defence tech europea
di Andrea Daniele Signorelli
Solo pochi anni fa, il settore della defence tech era considerato dagli investitori quasi un tabù, soprattutto in Europa. Adesso è invece uno degli ambiti tecnologici che fa registrare i tassi di crescita più elevati. Le ragioni di questo rovesciamento sono note: il moltiplicarsi dei teatri di guerra e le crescenti tensioni geopolitiche hanno profondamente cambiato l’attitudine nei confronti delle aziende e startup specializzate in tecnologia a uso militare.
In Europa, i fattori scatenanti sono ancora più precisi: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 e la minaccia da parte degli Stati Uniti di Donald Trump di abbandonare gli alleati (o almeno ridurre drasticamente l’impegno nei loro confronti) hanno convinto le nazioni europee parte della NATO, con l’eccezione della Spagna, ad aumentare la spesa militare fino a raggiungere il 5% del PIL entro il 2035 (3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% per le infrastrutture civili di rilevanza militare). Contestualmente, l’Unione Europea ha varato un programma di riarmo – il cosiddetto Readiness 203043 (anche noto come ReArm Europe) – che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, con l’obiettivo di “intensificare massicciamente la produzione industriale europea per la difesa”.
Il risultato è che, nel corso del 2025, le nazioni europee avrebbero speso oltre 150 miliardi di euro per l’acquisto di equipaggiamenti militari e armamenti44, più del doppio rispetto al 2021 e una cifra addirittura (anche se di poco) superiore agli Stati Uniti. Secondo un’analisi del think tank Bruegel45, una percentuale tra il 67 e il 90% di questi soldi – a seconda delle nazioni prese in considerazione – viene assorbita dai dieci più grandi produttori occidentali della difesa. In Europa i principali sono BAE Systems, Thales, Leonardo, Airbus e Rheinmetall AG46.
Ad avvantaggiarsi della nuova corsa agli armamenti non sono però soltanto i tradizionali colossi europei della difesa, ma anche le startup che stanno proliferando nel Vecchio Continente e promettono di fornire munizioni, armi, equipaggiamento e soluzioni tecnologicamente avanzate con tempi di consegna molto ridotti: “Non è infatti più possibile limitarsi a rispettare i vecchi ritmi di mesi e anni di pianificazione, approvvigionamento o di sviluppo”, ha spiegato a Business Insider47 un portavoce di DIANA (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic), l’agenzia NATO che mette in contatto le startup della difesa con le forze armate dell’Alleanza Atlantica.
Chi finanzia la defence tech europea
E così, solo dall’invasione dell’Ucraina, in Europa sono sorte più di 230 realtà DSR (defence, security and resilience), che nel 2025 hanno ricevuto dai fondi di venture capital investimenti complessivi pari a 8,7 miliardi di dollari: il 55% in più rispetto all’anno precedente e quattro volte la cifra relativa al 2021. Per fare un paragone, il mercato europeo del venture capital è cresciuto negli ultimi 12 mesi soltanto del 16%. L’intelligenza artificiale, prevedibilmente, domina: il 44% dei finanziamenti complessivi è andato a realtà che sfruttano l’AI per alimentare droni e altri sistemi autonomi, piattaforme di supporto decisionale, software di riconoscimento immagini e altro ancora.
A finanziare questa corsa tecno-bellica sono, in primo luogo, soggetti pubblici. Il più rilevante è il NATO Innovation Fund (NIF): lanciato nel 2023 con un miliardo di euro di dotazione e sostenuto da 24 alleati, è il primo fondo di venture capital “multi-sovrano” al mondo, dedicato a startup che sviluppano tecnologie critiche per la sicurezza dell’Alleanza Atlantica e che opera su un orizzonte temporale fino a 15 anni.
Accanto al NIF ci sono gli strumenti pensati dall’Unione Europea – come lo European Defence Fund (quasi 8 miliardi di euro a disposizione per il periodo 2021-27) e il nuovo programma AGILE48 – e quelli messi in campo dalle singole nazioni: in Francia operano il fondo pubblico Definvest e la banca di Stato Bpifrance, in Germania l’agenzia federale per l’innovazione SPRIND (sempre più attenta all’innovazione per la difesa)49, in Estonia il fondo statale SmartCap ha a disposizione 100 milioni di euro e in Italia il CDP Venture Capital, che non dispone di un fondo esplicitamente dedicato alla difesa, ma presidia aree vicine alla sicurezza nazionale — intelligenza artificiale, cybersecurity, quantum, spazio e infrastrutture critiche — e nel piano industriale 2024-2028 prevede un miliardo di euro dedicato ad AI e cybersecurity.
Nel settore privato, tra i nomi più importanti attivi in Europa troviamo gli statunitensi Lightspeed, Lux Capital e General Catalyst, colosso che oggi dichiara oltre 43 miliardi di dollari di asset in gestione (gli investitori statunitensi coprono circa il 40-50% dei capitali diretti alla defence tech europea). Tra gli investitori europei più in vista c’è invece Prima Materia, la società cofondata da Daniel Ek, fondatore di Spotify, e Shakil Khan, che ha annunciato l’intenzione di destinare un miliardo di euro a startup europee “moonshot” (progetti ambiziosi e ad alto rischio). Sempre in Europa troviamo Lakestar di Klaus Hommels, che ha raccolto più di due miliardi dalla fondazione e sta orientando parte crescente della propria attività verso la difesa, e Plural, nato nel 2022 con un primo fondo da 250 milioni di euro e che nel 2024 ne ha creato un secondo da 400 milioni.
Accanto ai grandi fondi generalisti si è poi formata una nuova leva di investitori specializzati nella difesa e nella sicurezza: agli otto già esistenti prima del 2022 se ne sono aggiunti altri quindici nati tra 2024 e 2025. Tra questi ci sono D3, Expeditions, Darkstar, Green Flag Ventures, ScaleWolf, Hyperion e l’olandese Keen, che ha a disposizione 180 milioni. Il segnale forse più evidente della crescita del settore è però la tedesca DTCP, che nel gennaio 2026 ha lanciato Project Liberty50, un fondo da 500 milioni dedicato proprio alle startup DSR: la più grande iniziativa europea privata di venture capital dichiaratamente focalizzata su questo ambito.
Helsing, il campione della defence tech europea
Ad attirare una quota importante di questo fiume di denaro è la tedesca Helsing, fondata nel 2021 da Torsten Reil, Gundbert Scherf e Niklas Köhler. Seconda startup defence tech al mondo51 per capitale raccolto (dietro soltanto alla statunitense Anduril), Helsing ha ricevuto investimenti totali per 1,5 miliardi di euro da fondi come Prima Materia, General Catalyst, Lightspeed e Accel per una valutazione da 15,5 miliardi di euro (è inoltre parte del progetto collaborativo Land Tactical Collaborative Combat, finanziato dallo European Defence Fund).
Il prodotto più noto di Helsing sono le munizioni circuitanti (quindi “droni kamikaze”, che si distruggono colpendo l’obiettivo) HX-2, prodotti su scala massiccia e venduti nell’ordine di centinaia al mese all’esercito ucraino e a quello tedesco, con cui è stato siglato52 nel febbraio 2026 un contratto da 269 milioni di euro, con la possibilità di arrivare fino a un miliardo. Pesanti circa 12 chili e con un raggio d’azione di 100 chilometri, i droni HX-2 possono navigare l’ambiente grazie a mappe memorizzate, senza affidarsi al GPS e quindi resistendo al jamming (il disturbo delle comunicazioni per rendere i droni inutilizzabili).
Gli HX-2 possono inoltre coordinarsi in sciami sfruttando Altra, la piattaforma di supporto decisionale e “recce-strike” (attacchi di precisione tattica) prodotta sempre da Helsing. Oltre a coordinare i droni, Altra combina in tempo reale i dati provenienti da sensori, radar, sistemi di guerra elettronica e intelligence di terra per offrire una visione d’insieme del campo di battaglia, identificare e localizzare le minacce tramite computer vision e assegnarle automaticamente – ma con supervisione umana – ai sistemi d’arma disponibili (dall’artiglieria ai droni stessi). Già utilizzato dall’esercito ucraino, Altra è quindi una sorta di risposta europea a piattaforme come Maven di Palantir.
Tra i progetti invece ancora in fase di sviluppo troviamo il caccia da combattimento autonomo CA-1, che dovrebbe svolgere il primo volo di dimostrazione nel corso del 2027 e sarà manovrato dal software per il combattimento aereo autonomo Centaur (il cui funzionamento è già stato testato53 in una dimostrazione usando il caccia Saab Gripen E). Sempre per l’ambito aereo è pensato anche il software basato su intelligenza artificiale Cirra, che rileva e neutralizza i radar antiaerei ed è in fase di integrazione nel caccia avanzato Eurofighter (prodotto dall’omonimo consorzio di cui fanno parte Airbus, Leonardo e BAE Systems).
Per quanto riguarda gli altri domini bellici, Helsing sta iniziando la produzione del drone subacqueo SG-1 Fathom, pensato soprattutto per proteggere le infrastrutture sottomarine (la britannica Royal Navy lo ha testato nel dicembre 2025 nel programma “Atlantic Bastion”, dedicato alla sorveglianza del Nord Atlantico54). Nel giugno 2026 è stato invece svelato il robot quadrupede RX-1: una base sperimentale hardware e software su cui sviluppare capacità di robotica terrestre autonoma, in collaborazione con istituzioni come il Politecnico di Zurigo e INRIA Paris.
Gli altri protagonisti
Come parecchie altre realtà del settore (tra cui Tytan Technologies, ARX Robotics e Quantum Systems), Helsing ha sede a Monaco di Baviera, che si è ormai consolidata come il più importante polo europeo della defence tech e che nel 2025 ha raccolto 1,7 dei complessivi 8,7 miliardi di dollari investiti in startup di tecnologie belliche. Non è un caso: Monaco offre accesso al bacino di ingegneri alimentato dalla Technische Universität München, ai clienti della difesa e, soprattutto, alle capacità produttive ereditate dall’industria automobilistica, oggi in difficoltà ma che può essere riconvertita per fabbricare droni e sistemi d’arma su scala industriale.
Proprio Quantum Systems è il secondo unicorno europeo della defence tech, con una valutazione superiore ai tre miliardi di euro e finanziamenti complessivi pari a circa 650 milioni, ottenuti tra gli altri da DTCP, Balderton Capital, Hensoldt, Airbus Defence and Space, il ministero della Difesa statunitense e parecchi altri. Non dissimile da Helsing, Quantum Systems produce droni associati a software d’intelligenza artificiale e nel corso del 2025 dovrebbe aver superato i 300 milioni di euro di fatturato, con vendite agli eserciti di Ucraina, Romania, Germania e Stati Uniti55. In un altro esempio della crescente collaborazione tra startup e industrie “legacy” della difesa, Quantum Systems ha stretto accordi strategici con Airbus Defence and Space, per sistemi di ricognizione aerea basati su AI, e con Hensoldt, per integrare droni, sensori e gestione dei dati nei sistemi di difesa.
Il terzo unicorno è la finlandese ICEYE, valutata circa 2,4 miliardi di euro dopo il round guidato a fine 2025 da General Catalyst e sostenuta anche da Bpifrance e dal fondo sovrano finlandese Solidium. A differenza delle altre non costruisce droni, ma gestisce la più grande costellazione al mondo di satelliti radar ad apertura sintetica (SAR), capaci di fornire immagini ad alta risoluzione giorno e notte e con qualsiasi condizione meteo. Nata per monitorare i ghiacci artici, è un tipico caso di tecnologia dual-use, per impieghi quindi sia civili (gestione delle emergenze, assicurazioni) sia militari. Tra i suoi clienti ci sono gli eserciti di Polonia, Germania, Finlandia, Svezia e Portogallo e, dal 2022, l’Ucraina, a cui fornisce immagini satellitari per il fronte. Nel dicembre 2025, ICEYE ha inoltre creato con il colosso tedesco Rheinmetall una joint venture per fornire all’esercito tedesco dati di ricognizione spaziale nell’ambito di un contratto da 1,7 miliardi di euro.
La portoghese Tekever è la più antica del gruppo di testa: fondata nel 2001, è sostenuta anche dal NATO Innovation Fund, con una valutazione superiore al miliardo di euro. Oggi produce droni di grandi dimensioni (il maggiore, AR5, ha un’apertura alare di 8 metri e pesa circa 180 chili) destinati a sorveglianza, intelligence e acquisizione di bersagli su grandi distanze e anche in mare aperto. Tra i suoi clienti principali troviamo l’esercito ucraino e il ministero della Difesa britannico.
Nell’epoca del “drone warfare”, inevitabilmente, i droni giocano quindi la parte del leone. Ci sono però altre aree della defence tech in crescita. La prima è quella dei già citati software di supporto decisionale, che raccolgono informazioni dal campo, le organizzano e le trasformano in scenari bellici su cui operare. La francese Comand AI, fondata nel 2023, lavora proprio in questa direzione: la sua piattaforma analizza ambiente e minacce, propone possibili linee d’azione e sfrutta le informazioni raccolte nelle operazioni per pianificare le missioni successive. In questo campo, tra le altre, opera anche la britannica Labrys Technologies, che sviluppa sistemi per coordinare e gestire squadre nel corso di operazioni militari, umanitarie o di crisi.
Un secondo settore è quello della simulazione e del wargaming. Il nome più significativo è la britannica Hadean, che costruisce ambienti virtuali in cui addestrare soldati, simulare scenari di battaglia e sperimentare decisioni operative prima di applicarle nel mondo reale. L’obiettivo è ridurre tempi e rischi della preparazione militare, permettendo di testare scenari bellici in uno spazio controllato. Oltre a collaborare con BAE Systems, nel 2024 Hadean ha firmato un accordo da 20 milioni di sterline con il ministero della Difesa britannico.
La londinese Portal Biotech sviluppa invece tecnologie di sequenziamento proteico basate su intelligenza artificiale, pensate per identificare rapidamente proteine, patogeni e possibili minacce biologiche o sintetiche. È un fronte considerato sempre più rilevante, tanto che il NATO Innovation Fund ha scelto proprio Portal per il suo primo investimento in questo settore.
Nel campo della robotica terrestre c’è invece l’estone Milrem Robotics, sviluppatrice dei veicoli senza pilota THeMIS: piattaforme cingolate che possono trasportare materiali, evacuare feriti, svolgere ricognizione, sminamento o essere equipaggiate con sistemi d’arma. I suoi robot sono già stati impiegati in Ucraina e l’azienda sostiene che i propri sistemi siano parte di programmi robotici o in servizio in 19 paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Più giovane, ma in rapida crescita, è la tedesca ARX Robotics, con sede a Monaco di Baviera, che sviluppa veicoli terrestri autonomi e modulari per ricognizione, trasporto, supporto tattico e addestramento.
C’è poi la difesa aerea a basso costo, cioè la corsa a costruire intercettori economici capaci di abbattere droni senza ricorrere a missili che, com’è il caso dei Patriot, possono costare anche milioni di euro ciascuno. La britannica Cambridge Aerospace, valutata vicino al miliardo di dollari, ha sviluppato Skyhammer, un contro-drone pensato per neutralizzare quelli d’attacco e con un costo a essi comparabile, stimato nell’ordine di qualche decina di migliaia di dollari. Ad aprile 2026 il ministero della Difesa britannico ne ha ordinati “diverse centinaia”56, con le prime consegne avvenute a maggio e una possibile fornitura anche agli alleati del Regno Unito nel Golfo Persico. Nello stesso settore opera l’estone Frankenburg.
Infine, ci sono i software basati su intelligenza artificiale usati per progettare le armi. La britannica PhysicsX, fondata da due ex ingegneri di Formula 1 e ormai vicina al miliardo di dollari di valutazione, ha costruito un software capace di simulare in pochi secondi il comportamento di materiali e componenti, con l’obiettivo di accorciare drasticamente i tempi di progettazione di velivoli e sistemi d’arma. Tra i suoi clienti figurano i grandi gruppi europei della difesa, compreso Leonardo.
PhysicsX porta quindi alle estreme conseguenze quella che è, in generale, la promessa della defence tech: rendere i sistemi militari più economici, più rapidi da progettare e costruire, più automatizzati e più facilmente coordinabili tra loro. Se questo settore — i cui progetti più avanzati sono spesso ancora in fase di sviluppo — manterrà le promesse, potrebbe contribuire in maniera importante a quell’autonomia militare che per l’Europa è improvvisamente diventata prioritaria.
PopulAI, simulare il caos della guerra
Guidata da Craig Beddis, la società di tecnologie per la difesa Hadean, fondata a Londra nel 2015, costruisce quelli che in gergo sono definiti “ambienti sintetici”: ricostruzioni digitali del mondo reale in cui eserciti e governi possono addestrarsi, pianificare e sperimentare. Il più recente dei suoi prodotti è stato presentato al salone londinese DSEI nel settembre 2025: dominAI, un sistema di comando e controllo (il software con cui i comandi militari raccolgono le informazioni dal campo e prendono decisioni). Il settore che ha portato Hadean a collaborare con Palantir, BAE Systems e con la NATO è però quello degli ambienti sintetici e del wargaming. In questo ambito, il prodotto più interessante è populAI.
I simulatori militari tradizionali ricostruiscono il campo di battaglia con unità, obiettivi, regole e conseguenze prevedibili. L’obiettivo di populAI è invece popolare l’ambiente di tutto ciò di cui i soldati devono realmente tenere durante una crisi: civili, trasporti, informazioni, infrastrutture critiche e situazioni ambigue.
Non è una novità assoluta: fino a oggi preparare uno scenario complesso per un'esercitazione richiedeva però settimane, a volte mesi di lavoro manuale, generando inoltre un ambiente statico e quindi molto lontano da una simulazione della realtà. populAI sfrutta i sistemi d’intelligenza artificiale per automatizzare e rendere dinamici questi scenari.
La piattaforma promette inoltre comportamenti “emergenti” (situazioni non programmate in anticipo che emergono dall’interazione dei vari elementi) in tempo reale, oltre a popolazioni e dati rappresentativi del luogo scelto. L’idea è riempire l’ambiente simulato di traffico, civili, conversazioni, interferenze informative e conseguenze non previste, così che i soldati non si addestrino soltanto contro il nemico, ma all’interno di un ambiente sociale e infrastrutturale complesso.
Aggiungendo luoghi, e i dati relativi, il sistema costruisce quindi un mondo che si comporta in modo caotico e non predeterminato. L’addestratore, nel corso delle simulazioni, può modificare lo scenario in qualunque momento senza doverlo programmare. Può inoltre testare linee d'azione diverse, rivedere a posteriori le decisioni prese e far dialogare nello stesso spazio simulatori di fornitori diversi. Quest’ultimo aspetto serve a superare un tradizionale problema della simulazione bellica, in cui sistemi differenti – mappe bidimensionali, ricostruzioni in 3D e programmi di addestramento – non si parlano tra loro.
I software di Hadean sono già in commercio e utilizzati. Per l'esercito britannico ha lavorato al programma ACTS (Army Collective Training Service), fornendo un dimostratore di simulazione testato anche sul terreno, in Kenya57. Per la NATO ha invece sviluppato un ambiente digitale comune in cui diversi paesi possono simulare operazioni militari, testare piani e analizzare gli scenari usando sistemi di intelligenza artificiale e unità autonome. Con il gigante della difesa BAE Systems è infine al centro di Project OdySSEy, un “ambiente sintetico unico” per l'addestramento multi-dominio: una collaborazione nata con un accordo del 2022 e diventata operativa nel 2023.
Nel dicembre 2024 il ministero della Difesa britannico ha firmato con Hadean un accordo quadro fino a 20 milioni di sterline, segnale di quanto Londra consideri strategica questa categoria di tecnologie. Nel marzo 2026 è arrivato un finanziamento-ponte (ovvero un round in attesa di una raccolta più consistente) guidato da Booz Allen Ventures58, il braccio d'investimento del colosso americano della consulenza per la difesa, alla sua prima operazione a di fuori degli Stati Uniti, insieme alla banca pubblica British Business Bank e al fondo Twin Track Ventures (vicino alla NATO). La valutazione non è stata resa pubblica, ma l'azienda si presenta apertamente come la prossima candidata al titolo di “unicorno” britannico della difesa.
Hadean rappresenta quindi uno dei pochi tentativi europei di costruire un ambiente virtuale comune in cui convergono addestramento, pianificazione, prova delle missioni e piattaforme di comando e controllo (C2, anche noto come “sistemi di supporto decisionale”).
Hypersonica, obiettivo: missili ipersonici europei
Hypersonica è una startup anglo-tedesca della difesa fondata nel dicembre 2023 da Philipp Kerth e Marc Ewenz, due ricercatori tedeschi con un dottorato a Oxford, e incubata dai TUM Venture Labs del Politecnico di Monaco. Ha il quartier generale nell'area di Monaco di Baviera e una controllata a Londra.
L'obiettivo di Hypersonica è fornire all'Europa missili ipersonici sviluppati e controllati sul continente, senza dipendere dagli Stati Uniti. Per “ipersonico” si intende un missile che vola a oltre cinque volte la velocità del suono (Mach 5). Nel caso delle armi ipersoniche, la combinazione tra velocità, traiettoria atmosferica e capacità di manovra le rende particolarmente difficili da intercettare.
Il prodotto, per ora, non ha un nome pubblico. Agli inizi di febbraio 2026 è stato però portato per la prima volta in volo dal poligono di Andøya, in Norvegia, raggiungendo secondo le dichiarazioni una velocità di oltre Mach 6 (sei volte la velocità del suono, più di 7.400 km/h) e una gittata superiore a 300 chilometri, con tutti i sistemi che, secondo l'azienda, hanno funzionato regolarmente in salita e in discesa59.
Fino a oggi, quasi tutte le specifiche tecniche più importanti non sono però state dichiarate: massa, tipo di propulsione, sistema di guida nella fase finale, piattaforma di lancio. Persino il “lungo raggio” che le viene attribuito è per ora un obiettivo, non un dato del sistema testato: ad Andøya non ha volato un missile operativo completo, ma un dimostratore montato sul razzo di un partner. Un test utile soprattutto per verificare il funzionamento di navigazione, avionica, software di controllo e sensori in condizioni ipersoniche.
La parte più rilevante, per il momento, non è quindi il missile, ma il metodo impiegato. Hypersonica sostiene di poter passare dal progetto al prodotto nel giro di mesi – invece degli anni necessari per i missili di questo tipo – grazie a un'architettura modulare e a uno sviluppo guidato dalle simulazioni al computer e dall'automazione. La promessa è accorciare drasticamente i tempi e i costi di sviluppo rispetto agli approcci tradizionali: gli Stati Uniti, per esempio, hanno programmi durati decenni e missili che costano decine di milioni di dollari l'uno (il Dark Eagle statunitense ha una gittata superiore a 3mila chilometri e un costo stimato in circa 40 milioni di dollari).
Fino a questo momento, gli sforzi europeo sugli ipersonici sono stati soprattutto rivolti alla difesa da questi missili, non a costruirli. Un aspetto che rende l’obiettivo di Hypersonica un importante cambio di traiettoria. Il progetto nasce dopo l'accordo di difesa tra Londra e Berlino dell'ottobre 202460, chiamato Trinity House. Nel maggio 2025 i due governi hanno poi annunciato lo sviluppo congiunto di un'arma capace di colpire oltre i 2.000 chilometri. Il Regno Unito in particolare ha avviato un programma da un miliardo di sterline in sette anni per sviluppare capacità ipersoniche nazionali. Secondo il Times, Hypersonica è una delle 90 organizzazioni selezionate nel 2024 per contribuire al programma61.
Per quanto riguarda i finanziamenti, il primo round valeva 2,5 milioni di euro, guidato dal fondo americano General Catalyst. Il 10 febbraio 2026 è arrivata la Series A da 23,3 milioni, guidata da Plural, il fondo londinese che ha in portafoglio anche Helsing, con la partecipazione di General Catalyst, di 201 Ventures e della SPRIND, l'agenzia tedesca per l’innovazione.
La tabella di marcia prevede una prima capacità di colpo a più corto raggio nel 2027 e il sistema ipersonico sovrano completo nel 2029. Ci sono però parecchi ostacoli. Il primo è tecnico: sopra Mach 5, il calore generato dall'attrito con l'aria diventa il problema dominante e tenere insieme stabilità, guida e manovrabilità in quelle condizioni ha messo in difficoltà programmi anche molto meglio finanziati. Il secondo è politico: un sistema con gittata superiore a 300 chilometri, soprattutto se capace di trasportare carichi rilevanti, entra in un terreno regolatorio delicato per il regime internazionale di controllo dell’export missilistico: un'arma simile, se diventerà operativa, accorcia i tempi di preavviso e aumenta ulteriormente la pressione decisionale. È il prezzo politico da pagare per una capacità che, sulla carta, darebbe all'Europa capacità di deterrenza autonoma da Washington.
Il nuovo Leviatano: armi, tecnologia e materie prime
di Davide Del Monte
Ricostruire i flussi finanziari e le reti relazionali che alimentano l’industria delle armi autonome significa decifrare un processo di ibridazione tra comparti un tempo ben distinti. La fusione, o ibridazione appunto, tra industria estrattiva, settore tecnologico e apparati militari ha creato una catena di approvvigionamento integrata dove pochi attori globali detengono un controllo pressoché totale, consolidando un potere decisionale in grado addirittura di ridefinire alcuni equilibri geopolitici.
Una delle immagini più frequentemente utilizzata da chi si occupa di raccontare gli sviluppi, in particolare quelli più sinistri, della Silicon Valley62 è infatti quella del Leviatano del filosofo secentesco Thomas Hobbes: il gigante che teneva in una mano la spada e nell’altra la pastorale, a significare la compresenza di Stato e Chiesa in un unico potere autoritario.
Il nuovo Leviatano emerso dalla baia di San Francisco manifesta invece il suo potere grazie al possesso di risorse naturali, enormi quantità di dati e potenza di calcolo, rappresentando un vero e proprio colosso tecno-industriale a cui settore estrattivo, bellico e tecnologico forniscono scheletro, muscoli e sistema nervoso, mentre un’unica testa pensante – ovvero la finanza – coordina e dirige questi diversi centri di potere.
Una fusione simbiotica tra apparati militari, colossi tecnologici e finanza, che, con il pretesto della tutela della sicurezza dei singoli e dello Stato, amplifica la minaccia autoritaria, proiettandola in una dimensione inedita e insidiosa. Non ci troviamo più di fronte a un'entità pubblica soggetta, almeno in teoria, al giudizio degli elettori e al controllo delle leggi, ma a un mostro a più teste che delega la gestione della forza, della sorveglianza e della stessa vita umana ad algoritmi opachi ed esenti da responsabilità.
Automatizzando il potere e privatizzando le infrastrutture della sicurezza su scala globale, il nuovo Leviatano agisce al di fuori delle logiche di bilanciamento istituzionale, minacciando di ridurre i cittadini da soggetti di diritto a meri dati da monitorare, prevedere, neutralizzare e, se ritenuto necessario, eliminare.
Inoltre, come vedremo, sia per i progetti sviluppati dalle più famose e storiche multinazionali quotate in borsa, sia per quelli ideati e incubati all’interno delle più recenti startup, i grandi capitali che permettono al Leviatano di crescere e rafforzarsi costantemente arrivano dalle stesse fonti che, per massimizzare la propria posizione dominante, distribuiscono strategicamente le loro pressoché illimitate risorse economiche in tutti i settori coinvolti.
Un’interessante distinzione che possiamo cominciare a tratteggiare è quella tra industria tradizionale – dove le storiche multinazionali dei settori minerario, tecnologico e bellico contribuiscono in maniera integrata, ma separatamente, alla produzione di armi autonome – e, dall’altra parte, il nuovo e crescente settore delle startup che condensano al loro interno più parti del processo produttivo.
Queste due visioni alternative di business, che possiamo definire “tradizionale” e “innovativa”, vedono una netta differenza anche nei soggetti che coordinano, con i loro capitali, lo sviluppo e la produzione di armi autonome: se nel primo caso abbiamo i giganti della gestione del risparmio e dell’investimento indicizzato, nel secondo caso i veri protagonisti sono i più spericolati fondi di venture capital.
In entrambi i casi si è andato a creare un controllo totale della catena di fornitura e dei processi di produzione, che permette agli investitori più audaci di garantirsi un ruolo di rilievo in ogni singolo passaggio, dall’estrazione delle materie prime alla presentazione sul mercato del nuovo sistema d’arma autonoma.
The Devil All the Time
Nel film del 2020 "The Devil All the Time", il regista Antonio Campos ci porta a Knockemstiff, Ohio, a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. Tutto ciò che accade nella minuscola cittadina sembra regolato da una tragica monotonia: i volti cambiano, ma vittime e carnefici rimangono gli stessi, legati da una sorta di violenza ereditaria che satura la storia dall’inizio alla fine. Le generazioni si susseguono, tragedia dopo tragedia, ma i rapporti di forza e i destini delle singole famiglie appaiono immutabili.
Nelle geografie del capitalismo globale contemporaneo, i registri azionari delle multinazionali somigliano in modo inquietante a quella sperduta contea dell'Ohio. Che si tratti di estrattori di silicio in Giappone, di fabbriche di chip in California o di infrastrutture cloud per il Pentagono, ritroviamo sempre gli stessi pochi nomi, che si ripetono in tutte le assemblee degli azionisti, esercitando i loro poteri di voto per far valere interessi e strategie quasi sempre convergenti.
Analizzando le dichiarazioni sui titolari effettivi63 che le società quotate americane inviano obbligatoriamente alla SEC, l'ente governativo statunitense preposto alla vigilanza e alla regolamentazione dei mercati finanziari, i tre nomi che emergono con maggior frequenza e costanza sono quelli di BlackRock, Vanguard e State Street. Società ben note nel mondo della finanza e non solo, che tengono le redini dell’economia di guerra salde nelle proprie mani, pur non rinunciando ciascuna alle proprie caratteristiche e peculiarità.
BlackRock, fondata nel 1988 da Larry Fink a New York, ha da subito mostrato grande interesse nel potenziale dell’intelligenza artificiale, tanto da dotarsi di un suo strumento proprietario per la gestione degli investimenti: il software Aladdin.
Vero "cervello digitale" della finanza mondiale, utilizzato da governi, banche e società di trading per monitorare migliaia di miliardi di dollari, Aladdin ha permesso a BlackRock di diventare la più grande società di gestione del risparmio al mondo, con un portafoglio di asset gestiti che si aggira attorno ai 14mila miliardi di dollari64.
La passione di BlackRock per la tecnologia non si è esaurita nello sviluppo del proprio algoritmo proprietario, ma ha portato la società di Larry Fink ad investire in praticamente tutte le grandi società tecnologiche statunitensi. BlackRock è presente con quote azionarie tra il 6% e l'8% nelle strutture societarie di Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Micron Technology, Intel, Meta, Alphabet, solo per citare le maggiori. La sua presenza è capillare anche nei settori minerario e della difesa, dove la ritroviamo con quote simili in quasi tutte le più importanti società del comparto.
Se BlackRock, sin dalla sua nascita, è guidata dall’interesse per la tecnologia e per le relazioni istituzionali con governi e banche centrali, le radici di The Vanguard Group poggiano su un'idea diversa, ritenuta inizialmente radicale, del fondatore John C. Bogle, che può essere riassunta dal suo famoso motto: “Non cercare l'ago nel pagliaio, compra direttamente il pagliaio!”.
Paladino dei piccoli risparmiatori, inizialmente deriso a Wall Street per le sue idee poco ortodosse in fatto di investimenti, Bogle fonda The Vanguard Group nel 1978 in Maryland, facendolo diventare in breve uno dei maggiori fondi al mondo.
A differenza di BlackRock, Vanguard, che gestisce circa 10mila miliardi di dollari, non è quotata ed è posseduta dai suoi stessi fondi di investimento, che a loro volta sono di proprietà dei risparmiatori che comprano le quote: i profitti vengono così distribuiti con una riduzione drastica delle commissioni di gestione.
Queste differenze strutturali non impediscono però a Vanguard di avere molti punti di contatto con BlackRock: anche la società fondata da Bogle è presente in praticamente tutte le società tech, con quote intorno al 7-8% (9,63% in Apple), oltre che nelle maggiori società del settore della difesa e minerarie, dove le quote arrivano spesso a superare il 9% fino all’11,9% in Albemarle Corporation, tra le più importanti società al mondo nell’estrazione del litio.
L’ultimo soggetto di questo triumvirato, soprannominato “The Big Three”, è State Street, una delle istituzioni finanziarie nordamericane più antiche, fondata a Boston nel 1792 come Union Bank e trasformata da William S. Edgerly, negli anni ‘70 del secolo scorso, in un gigante degli investimenti oggi attivo nella gestione di circa 5.600 miliardi di dollari di asset65.
Famosa per aver commissionato e installato nel 2017 la celebre statua della "ragazzina senza paura" (Fearless Girl) davanti al toro di Wall Street, State Street è presente soprattutto nelle società della difesa statunitense, tra cui Lockheed Martin, Northrop Grumman e Rtx Corp, con quote superiori al 6%.
Le relazioni tra i tre giganti della finanza non si limitano alla compresenza nelle assemblee degli azionisti delle maggiori società che operano nella catena di produzione delle armi autonome, ma sono molto più strette di quanto si immagini.
Basti pensare che tra i titolari effettivi di State Street, quotata in borsa dal 1980, compare BlackRock, con l'8,99% delle azioni, mentre The Vanguard Group ne possedeva oltre il 13% fino a marzo 2026, quote che risultano oggi azzerate66 per via di una ristrutturazione organizzativa interna.
I legami tra i due maggiori fondi globali si sono fatti ancora più stretti quando nel 2024 Salim Ramji, che nei precedenti dieci anni aveva ricoperto ruoli dirigenziali di alto livello in BlackRock, è stato nominato CEO di Vanguard.
Infine, una delle questioni più dibattute anche a livello accademico, che evidenzia il legame di potere tra i tre fondi, riguarda l’allineamento sistematico dei voti nelle assemblee societarie, cioè quello che viene definito “oligopolio della governance” (corporate governance oligopoly).
In pratica, come dimostrano anche diversi studi pubblicati dall’università di Harvard67, in occasione delle assemblee degli azionisti ciascuna delle tre società vota seguendo linee guida speculari a quelle degli altri due soggetti, uniformando di fatto le decisioni globali su questioni cruciali come difesa, transizione ecologica, sviluppo tecnologico e, ovviamente, spartizione dei dividendi.
I “Big Three” non sono gli unici soggetti con un ruolo e un portafoglio di prim’ordine, anzi, si trovano spesso affiancati da altri soggetti di peso come Fidelity Investment, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Capital Group e altri ancora, ma il loro potere nella triade industriale “tech - materie prime - armamenti”, sembra al momento inavvicinabile.
Per capire meglio come siano in grado di esercitare il loro potere lungo l’intero arco del processo che dalla raccolta delle materie prime arriva fino alla produzione delle armi autonome, prendiamo come esempio due progetti strategici per la difesa degli Stati Uniti e dei loro alleati: il sistema autonomo di bordo per i caccia F-35 della Lockheed Martin e il progetto Linchpin, una delle piattaforme di comando e controllo più evolute e spaventose, attualmente in fase di sviluppo da parte del Pentagono.
Automatic Target Recognition dell’F-35 Lightning II
Lockheed Martin, una delle maggiori società globali attive nei settori dell'ingegneria aerospaziale e della difesa, definisce con orgoglio l’F-35 Lightning II, suo prodotto di punta, come “il caccia più letale, resistente e connesso al mondo"68, anche in virtù di sistemi software e di componenti hardware specifici in grado di operare con livelli di autonomia e automazione elevatissimi.
Tra questi, uno degli elementi più interessanti in dotazione ai caccia F-35 Lightning II è il sistema ATR (Automatic Target Recognition), una funzionalità software di intelligenza artificiale che trasforma il caccia in un'arma a percezione autonoma, capace di identificare e isolare i bersagli sul terreno o in mare, tramite reti neurali di computer vision.
In pratica, si tratta di software progettati per elaborare in tempo reale i dati provenienti dai sensori di bordo (come telecamere a infrarossi, radar ed elettro-ottiche) allo scopo di identificare, classificare e tracciare bersagli fissi o mobili in modo completamente autonomo.
Per funzionare, il sistema ATR richiede tra le altre cose dei sensori ottici ad altissima precisione, o EOTS (Electro-Optical Targeting System)69, che per essere prodotti necessitano di magneti particolari per la cui fabbricazione, a loro volta, sono essenziali alcune terre rare tra cui il neodimio e il disprosio.
Materie prime che vengono fornite da MP Materials, società americana leader mondiale nell’estrazione e lavorazione delle terre rare, con cui nel 2022 il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (all’epoca ancora “Dipartimento della Difesa”) ha siglato un accordo da 35 milioni di dollari70 per dar vita al primo impianto di trattamento e separazione per le terre rare pesanti, a supporto di applicazioni sia nel settore della difesa che in quello commerciale.
Questo accordo è particolarmente interessante, perché dimostra il tentativo degli Stati Uniti71 di affrancarsi, almeno parzialmente, dalla “dipendenza cinese” per l'approvvigionamento di terre rare, investendo in aziende americane, come appunto la MP Materials, nel cui azionariato troviamo sia The Vanguard Group, con il 7,7%, che BlackRock, con il 6,6%.
Nel novembre 202472 entra in gioco anche la società finlandese ICEYE, capofila di un progetto per lo sviluppo di una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale in grado di migliorare il funzionamento dell’ATR in condizioni meteorologiche e di luce particolari, rendendolo adatto alle difficili condizioni artiche del fianco settentrionale della NATO.
Anche in questo caso, non è difficile intravedere una chiara scelta strategica nel voler adattare le più evolute tecnologie belliche statunitensi a uno scenario, come quello artico, probabile palcoscenico di futuri conflitti globali.
Ma ciò che qui ci interessa maggiormente è che, appena un mese dopo l’annuncio di questa nuova collaborazione, BlackRock ha preso parte al round di finanziamento della società finlandese, partecipando con un investimento di 65 milioni di euro.
Per poter funzionare, il sistema ATR ha ovviamente bisogno di una potenza di calcolo enorme, in grado di processare le immagini in millisecondi direttamente sul jet, senza dipendere da internet.
A questo aspetto ci pensa L3Harris Technologies73, azienda tecnologica statunitense attiva nel settore della difesa, nata nel 2019 dalla fusione tra L3 Technologies e Harris Corporation, che ha tra i suoi prodotti di punta il Processore Centrale Integrato (ICP), il vero e proprio cervello del sistema ATR del caccia F-35 Lightning II.
Tra i principali azionisti di L3Harris Technologies troviamo nuovamente BlackRock, con il 7,2% di quote, The Vanguard Group, con il 12,2%, oltre a Capital World Investors con il 6%.
A questo punto, è però fondamentale che il software montato sui caccia sia in grado non solo di “vedere” e processare in una frazione di secondo ciò che gli sta sopra, sotto o intorno, ma che sia anche in grado di riconoscerlo.
Per essere efficace, l'algoritmo deve quindi essere addestrato a terra su milioni di immagini digitali e ha bisogno di enorme spazio digitale per migliorarsi continuamente: è in questa fase che entrano in gioco Microsoft74 , Amazon75 e Palantir76, che hanno firmato diversi accordi con il gigante statunitense della difesa per fornire i servizi del cloud militare JWCC77 e il software per aggregare e analizzare i dati raccolti dalle flotte di F-35 Lightning II.
Come spiega la stessa Lockheed Martin nel comunicato in cui dà notizia dell’accordo con Microsoft, “il futuro della difesa aerea non sarà conquistato da un singolo sensore, sistema di contrasto o algoritmo. Sarà conquistato da un ecosistema unico in grado di rilevare, ottimizzare e mitigare”.
Anche in questo anello della catena di sviluppo, il ruolo dei grandi fondi di investimento è particolarmente evidente. The Vanguard Group è presente in Amazon e Microsoft, di cui detiene rispettivamente il 7,2% e l’8,95% di azioni, mentre BlackRock fa valere il suo peso con il 5,9% in Amazon, il 7,3% in Microsoft e il 6,9% in Palantir.
Seguendo parte del percorso che dall’estrazione delle principali materie prime arriva fino alla produzione del sistema ATR installato sui caccia F-35 Lightning II di nuova generazione, si trovano le orme di The Vanguard Group e BlackRock praticamente a ogni passo, fino all’ultimo snodo: Lockheed Martin.
Nell’elenco dei titolari effettivi del gigante della difesa con sede a Bethesda, che in ultima istanza produce e vende i famosi caccia, i tre grandi fondi sono presenti con quote decisamente importanti.A guidare il gruppo è State Street, con il 14,9%, seguita da The Vanguard Group con l’8,9% e BlackRock con il 7,4%.
Project Linchpin
Se i caccia F-35 di Lockheed Martin sono noti in tutto il mondo, non fosse altro che per le polemiche legate al loro costo esorbitante, il progetto Linchpin, annunciato dal Pentagono nel 202278, rappresenta invece uno strumento bellico forse poco conosciuto, ma non per questo meno interessante da approfondire e analizzare.
Come si può leggere sul portale SAM.gov79, dedicato agli appalti dell’esercito statunitense, Project Linchpin non è un'arma fisica, ma l'infrastruttura software di comando, controllo e intelligence (C4ISR) per fornire “soluzioni affidabili per sistemi basati sull'IA attraverso operazioni e servizi di intelligenza artificiale sicuri (AIOPs+), massimizzando al contempo gli investimenti del Dipartimento della Difesa (DoD) e della comunità dell'intelligence (IC)”.
In pratica, l’infrastruttura raccoglie i dati provenienti da una moltitudine di sensori sul campo (droni, satelliti, radar) per creare un ambiente sicuro in cui addestrare, testare e aggiornare costantemente gli algoritmi di intelligenza artificiale. L'obiettivo è quello di stabilire un flusso continuo per riaddestrare e ridistribuire gli algoritmi sul campo, garantendo che i modelli si adattino ai mutevoli scenari di minaccia senza una revisione completa del sistema.
Per far girare il sistema operativo di comando e controllo che gestisce l'addestramento di migliaia di reti neurali in tempo reale, Linchpin deve poter contare sulla massima potenza di calcolo disponibile, sia su server centralizzati che su nodi mobili.
In questa fase ritroviamo alcune aziende già incontrate in precedenza, come Amazon80 e Microsoft81, che, operando all’interno del framework “Joint Warfighting Cloud Capability (JWCC)”, forniscono l'infrastruttura cloud militarizzata e con livello di sicurezza IL6 (Top Secret), assieme ad altri colossi del settore tech come Oracle82 e Nvidia, produttrice delle potenti GPU Blackwell.
Come abbiamo visto precedentemente, sia Amazon che Microsoft sono ben presidiate da BlackRock e The Vanguard Group, così come lo è la stessa Nvidia, di cui i due fondi possiedono rispettivamente il 7,4% e il 7,3% delle quote.Invece, dalla dichiarazione depositata alla SEC a giugno 2025, si evince la presenza in Oracle del solo The Vanguard Group, con il 5,3% delle quote.
Soffermandosi sulle GPU fornite da Nvidia e sui server rack che le collegano, due elementi chiave per la loro produzione sono silicio ad altissima purezza e rame, i cui maggiori fornitori sono le società giapponesi Shin-Etsu, leader mondiale nella purificazione del silicio, SUMCO Corporation e Ibiden, oltre alla taiwanese TSMC e alla statunitense Freeport-McMoRan.
In tutte queste aziende specializzate nell’estrazione e lavorazione di materie prime fondamentali nella catena di fornitura per Linchpin, i grandi fondi di investimento USA possono contare su posizioni di potere di rilievo, a partire dalla connazionale Freeport-McMoRan, società mineraria con sede a Phoenix, Arizona, tra i maggiori produttori mondiali di molibdeno, rame e oro, in cui BlackRock è presente con una quota superiore al 6%.
Gli interessi delle tre sorelle della finanza arrivano fino all’altro lato del Pacifico, dove si ritrovano nel pacchetto d’azionariato83 della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), insieme a praticamente tutte le grandi società di investimento americane, tra cui JP Morgan, Capital World, FMR, Goldman Sachs.
Rimanendo nel Pacifico occidentale, anche il Giappone rappresenta un florido terreno di investimento per i grandi gruppi nordamericani, come dimostra la forte presenza di State Street e JP Morgan nella lista dei grandi azionisti di Shin-Etsu84 e di SUMCO85.
State Street appare anche tra gli azionisti della nipponica Ibiden86, leader mondiale nella produzione di componenti elettronici ad alta tecnologia e ceramiche avanzate, con una quota di poco superiore al 2%.
L'ombra dei grandi fondi di investimento americani si allunga su tutto il processo che permette di estrarre e poi trasformare quarzo, silicio, rame e altre materie prime nei potenti e costosi chip senza i quali Linchpin, come pure le altre piattaforme basate sull’intelligenza artificiale, non potrebbe funzionare.
All'ambizioso progetto Linchpin dell’esercito statunitense partecipano anche molti altri attori, tra cui società di rilievo come Red Hat, sussidiaria di IBM che fornisce parte del software di sistema, e Booz Allen Hamilton, specializzata in trasformazione digitale e intelligenza artificiale, ma anche promettenti startup87 come Enveil e Latent AI, specializzate in strumenti di crittografia e “compressione” dei modelli di intelligenza artificiale.
Latent AI, in particolare, è strettamente collegata sia a Booz Allen Hamilton che a Lockheed Martin, dato che entrambe le società hanno deciso nel 2021 di investire nella startup tramite le loro divisioni di venture capital.
I due progetti analizzati, pur così diversi nella loro natura e nella composizione dei soggetti che vi prendono parte, evidenziano in maniera cristallina la presenza delle grandi società di investimento, in particolare le tre sorelle BlackRock, The Vanguard Group e State Street, in ogni singolo passaggio della catena di fornitura del settore delle armi autonome.
Un potere pressoché assoluto e ultra concentrato, che, nella pratica, si estende a ogni settore industriale e che proprio per questi motivi ha destato l’irritazione non solo di studiosi, accademici e attivisti, ma anche di alcuni politici statunitensi.
Nel 2024, un gruppo di undici Stati americani a guida repubblicana, capeggiati dal Texas, ha trascinato i tre giganti della finanza in tribunale, perché considerati colpevoli di aver utilizzato il proprio potere decisionale in società concorrenti del settore del carbone per indurre riduzioni della produzione, con conseguente aumento dei prezzi dell'energia per i consumatori americani.
Paradosso tutto a stelle e strisce, per gli undici governatori repubblicani la colpa delle Big Three della finanza sarebbe quella di aver messo in pericolo l’economia americana, sottomettendosi alle politiche progressiste e alle richieste degli attivisti climatici.
L’avanzata di Little Tech
“Nell'ultimo decennio è apparsa una nuova generazione di miliardari della tecnologia, che si presentano non solo come imprenditori, ma come salvatori visionari, convinti che la tecnologia possa trasformare il mondo”.
Queste parole, con cui la giornalista di CBS News, Sharyn Alfonsi88, introduce l’intervista al fondatore di Anduril, Palmer Luckey, descrivono molto bene lo smottamento economico e, allo stesso tempo, ideologico avvenuto di recente nel mercato della difesa statunitense.
Mentre gli enormi conglomerati tradizionali dell’estrazione, della difesa e della tecnologia, strettamente connessi tra loro dai gangli della finanza globale, continuavano a fare affari “as usual”, un più piccolo, ma altrettanto spaventoso, nuovo Leviatano ha cominciato a emergere dalla baia di San Francisco.
Questa nuova creatura porta il processo di ibridazione a un livello estremo, dove i ruoli non sono più segregati tra i diversi, per quanto vicini, comparti industriali, ma dove singoli soggetti sono in grado di esprimere le proprie capacità produttive coprendo da soli, quasi del tutto, l’intera catena di approvvigionamento.
È qui che troviamo le centinaia di startup moltiplicatesi negli ultimi anni, in grado di operare con successo in diversi ambiti del settore a cavallo tra tecnologia, difesa ed estrazione, e di attrarre interesse politico e, soprattutto, miliardi di dollari di investimenti.
Un universo sfaccettato di soggetti economici che cercano di “muoversi velocemente spaccando tutto”89 e che vanno a costituire quella che Marc Andreessen and Ben Horowitz definiscono “Little Tech”, in contrapposizione alla dominante industria di Big Tech.
Andreessen e Horowitz, figure chiave del settore, non solo hanno contribuito attivamente, attraverso i loro investimenti, a far crescere in maniera esponenziale il settore delle startup tecnologiche e belliche, ma hanno anche tentato di riposizionarle nell’ecosistema politico ed economico nazionale, tracciando il percorso per i nuovi imprenditori come, appunto, Luckey.
Nel manifesto “The Little Tech Agenda”90, pubblicato a luglio del 2024 sul sito della loro società di venture capital conosciuta con l’acronimo “a16z”, i due investitori spiegano con estrema trasparenza il loro punto di vista: “Little Tech è il termine che usiamo per le startup tecnologiche, in contrapposizione ai giganti della Big Tech. Finora, Little Tech ha operato indipendentemente dalla politica. Ma, come diceva la vecchia barzelletta sovietica: ‘Tu potrai anche non interessarti alla politica, ma la politica si interessa a te’.
Crediamo che le cattive politiche governative siano oggi la minaccia numero uno per Little Tech. Riteniamo che la supremazia tecnologica americana, e il ruolo cruciale che le startup della Little Tech giocano nel garantirla, sia una questione politica di prim'ordine, al pari di qualunque altra. È giunto il momento di schierarsi a favore della Little Tech”.
Oltre all’ovvio interesse economico di chi, per professione, investe svariati miliardi di dollari in società ad altissimo rischio, i due soci dichiarano in maniera esplicita anche l’obiettivo ideologico che, a loro giudizio, deve sottostare agli investimenti nelle startup del settore: la tutela della “supremazia tecnologica americana”.
A differenza di personaggi come Fink, Bogle, Edgerly e di altri grandi nomi della finanza “tradizionale”, questi nuovi investitori e imprenditori di ventura sono molto più radicali sia nel modo di agire sul mercato, sia nell’esprimere le proprie idee politiche, molto spesso conservatrici e suprematiste, che, inevitabilmente, vanno a riflettersi nello sviluppo del settore.
Le differenze tra investitori tradizionali e venture capitalist non si limitano solamente alla ricerca spasmodica di un riconoscimento ideologico e politico da parte di questi ultimi, ma sono strutturali e sistemiche.
Innanzitutto, mentre i grandi fondi che abbiamo incontrato in precedenza operano principalmente sui mercati pubblici, investendo quindi in società quotate in borsa, i fondi di venture capital agiscono esclusivamente nei mercati privati, raccogliendo capitali da investitori istituzionali o persone con un elevato patrimonio, per investirli in aziende ritenute ad altissimo potenziale, ma allo stesso tempo ad altissimo rischio.
Inoltre, come abbiamo visto, i fondi tradizionali esercitano la propria influenza attraverso il potere di voto nelle assemblee degli azionisti (proxy voting), senza però entrare nella gestione operativa delle aziende; i venture capital al contrario entrano nel capitale delle startup, ottenendo spesso un posto nel Consiglio di Amministrazione e assicurandosi così la partecipazione attiva alle decisioni sia strategiche che operative.
Infine, la distinzione più importante: l'obiettivo fondamentale per i venture capital è raggiungere la cosiddetta “exit” possibilmente entro 5-10 anni, ovvero monetizzare l'investimento tramite la quotazione in borsa della startup o la sua vendita a un'azienda più grande.
Quest’ultimo aspetto in particolare rappresenta la principale motivazione della regola aurea che, come spiega Catherine Bracy nel saggio “World Eaters"91, sta alla base della strategia di ogni venture capital che si rispetti: la legge di potenza (o “power law distribution”).
In sintesi, mentre la maggior parte degli eventi umani segue una "distribuzione normale", dove la media rappresenta la norma e gli estremi sono rari (come per esempio l'altezza o il peso delle persone), il venture capital è regolato da una curva radicalmente asimmetrica: pochissimi investimenti (i cosiddetti “unicorni") devono essere in grado di generare la quasi totalità dei profitti, mentre la stragrande maggioranza delle startup è destinata al fallimento o, se va bene, sarà in grado di ripagare appena il capitale investito.
Questo, spiega ancora Bracy, porta i fondi di venture capital a non cercare aziende strutturalmente sane, in grado di crescere, magari lentamente, ma con costanza, ma al contrario ad andare alla ricerca di aziende che abbiano la potenzialità matematica di "ripagare l'intero fondo" da sole se l'investimento fa centro.
Atteggiamento aggressivo che ha diverse conseguenze sulle startup finanziate, tra cui, in particolare, il fatto che debbano forzatamente privilegiare la velocità rispetto all’efficienza di crescita, così da sgombrare il campo da qualsiasi potenziale concorrente.
Strategia di crescita che, pescando dal gergo militare, viene definita “Blitzscaling” e che spesso porta gli imprenditori più aggressivi a prendere decisioni radicali, come quella di entrare in un mercato senza tener conto delle norme che lo regolano e dei requisiti e permessi richiesti, come nei famigerati casi di Uber e delle piattaforme di food delivery.
Tra i fondi di venture capital più attivi c'è proprio a16z di Andreessen e Horowitz, che rappresenta uno dei maggiori veicoli per investimenti finanziari ad altissimo rischio e altrettanto alto potenziale, ma anche – e forse, soprattutto – una vera e propria macchina a supporto del potenziale bellico statunitense.
Tra i gioielli nel portfolio di a16z brilla proprio Anduril, la cui missione è “trasformare le capacità militari degli Stati Uniti e dei loro alleati attraverso tecnologie all'avanguardia” e il cui prodotto di punta, Lattice OS, è un sistema operativo basato su intelligenza artificiale che funge da piattaforma di comando e controllo per le operazioni militari.
Sfogliando i prodotti esposti sul sito della società, fondata nel 2017 da Palmer Luckey e altri quattro soci, quasi tutti provenienti da Palantir, si possono trovare prototipi di velivoli autonomi come Fury e Barracuda, jet da combattimento senza pilota, piccoli droni sottomarini e letteralmente decine di altri armamenti tecnologici.
Sin dalla sua fondazione, Anduril ha destato l’interesse di molti disinibiti investitori, interessati a puntare i propri soldi sul nuovo unicorno del settore che promette di “accelerare le complesse catene di uccisione”92 grazie al proprio prodotto di punta. A seguito dell’ultimo round di finanziamento, guidato proprio da Andreessen e Horowitz e conclusosi il 13 maggio 2026 con investimenti per 5 miliardi di dollari, l’importo totale dei finanziamenti raccolti da Anduril in soli nove anni di vita ha superato gli 11 miliardi di dollari.
Tra i finanziatori di Anduril è possibile rintracciare molti altri fondi di venture capital protagonisti nel settore delle armi autonome, come Founders Fund e General Catalyst, ma anche il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che a gennaio 2025 ha staccato un assegno da oltre 13 milioni di dollari, o BlackRock, che ha preso parte al round di finanziamento conclusosi il 7 agosto 2024 e che ha visto raccogliere complessivamente un miliardo e mezzo di dollari.
D’altra parte, l’idea di business di Palmer Luckey è molto chiara ed esplicita, riassumibile con l’auspicio che lo stesso imprenditore poco più che trentenne ha espresso durante l’intervista alla CBS citata in precedenza: “Dobbiamo passare dall'essere la polizia del mondo all'essere il negozio di armi del mondo”.Parole dolci come il miele, per chi ha miliardi da investire in armamenti tecnologici.
Tra le molte altre startup nel portfolio di a16z troviamo società come Air Space Intelligence (ASI)93, azienda aerospaziale e di difesa che pone la componente software al centro del suo progetto; Castelion94, che mira a produrre “i sistemi di cui l'America e i suoi partner hanno bisogno per mantenere un vantaggio tecnologico globale”, fondata da un gruppo di ex dipendenti di SpaceX, la società aerospaziale di Elon Musk; ZeroMark, azienda “pionieristica nel settore della tecnologia per la difesa che sfrutta l'intelligenza artificiale, la robotica e le armi da fuoco per ridefinire la sicurezza e la pubblica incolumità” e i cui prodotti “aumentano significativamente la velocità, l'accuratezza e la precisione delle armi, riducendo al contempo i danni accidentali”.
L’elenco potrebbe essere molto più lungo, ma i profili di queste tre società a cavallo tra tecnologia e difesa, in cui il fondo di Andreessen e Horowitz ha investito diversi milioni di dollari, fanno capire l’interesse del duo di venture capitalist nel settore delle armi autonome.
Tornando invece a sfogliare il lungo elenco di investitori di Anduril, spiccano altri due nomi di particolare interesse: General Catalyst e Founders Fund. General Catalyst è una delle società di venture capital più influenti degli Stati Uniti, fondata nel 2000 a Cambridge, Massachusetts, e guidata dal 2021 da Hemant Taneja, miliardario americano di origine indiana che, al contrario dei suoi colleghi di a16z, vuole essere considerato un leader degli investimenti etici.
Autore di saggi come “Intended Consequences” e “The Transformation Principles” , Taneja critica apertamente il dogma dominante della Silicon Valley, ovvero il celebre "move fast and break things" e la conseguente dottrina della massimizzazione del profitto a breve termine a discapito del benessere sociale.
Eppure, nonostante queste premesse sbandierate in decine di articoli e saggi autocelebrativi dal suo CEO, General Catalyst non si limita a finanziare alcuni dei protagonisti dello sviluppo dei grandi modelli linguistici, tra cui Anthropic e Mistral AI, ma ha assunto una posizione di rilievo anche in molte delle più interessanti società che producono armi autonome
Tra queste troviamo le già citate Castelion e ICEYE, la startup finalndese che ha siglato l’accordo di collaborazione con Lockheed Martin, e la tedesca Helsing, che collabora con diversi governi europei (come nel caso del programma d'avanguardia franco-tedesco-spagnolo FCAS: Future Combat Air System)95 per modernizzare le capacità di difesa aerea, guerra elettronica e sorveglianza algoritmica sul campo.
Diversamente da Taneja, Peter Thiel, uno dei fondatori e dei volti più noti di Founders Fund, non ha nessun interesse a promuoversi e a promuovere la sua società di investimento come un campione dell’etica, anzi, è generalmente ritenuto uno dei cosiddetti “falchi” del settore.
Nato a San Francisco nel 2005 per iniziativa di Peter Thiel e di altri membri della cosiddetta “PayPal Mafia”96, Founders Fund vanta oggi oltre 11 miliardi di dollari di asset in gestione accumulati attraverso i vari cicli di raccolta e investiti in centinaia di startup.
Founders Fund ha investito massicciamente in diverse startup che promettono lo sviluppo di tecnologie di frontiera, come per esempio PsiQuantum97, società che si è posta l’obiettivo di costruire il primo computer quantistico al mondo; Impulse Space98, che vuole accelerare il futuro dell’umanità nello spazio; o ancora EnduroSat, che lo spazio vuole invece renderlo “accessibile a tutti” grazie a servizi satellitari più economici e adattabili a tutte le esigenze.
Per quanto riguarda il settore delle armi autonome, oltre che in Anduril e, ovviamente, Palantir, fondata dallo stesso Thiel, Founders Fund ha puntato su due startup molto promettenti: Hadrian99, che vuole automatizzare non solo le armi, ma anche i lavoratori che le producono, e Nominal100, che sviluppa software di test e validazione per sistemi industriali complessi e hardware militare.
In questo scenario che solo vent’anni fa sarebbe stato definito distopico e che oggi, invece, incarna una realtà di investimento solida e profittevole, un discorso a parte merita KoBold Metals101. Fondata nel 2018 con il motto “predire tutto”, la società ha raccolto oltre 920 milioni di dollari nel solo biennio 2022-2024, grazie a finanziamenti da parte di Andreessen Horowitz, di Bond Capital, il fondo della “regina di internet” Mary Meeker102, di Apollo Project (il fondo di Sam Altman, fondatore di OpenAI) e, soprattutto, di Breakthrough Energy Ventures (BEV).
È proprio la presenza di quest’ultimo fondo a sottolineare l’importanza strategica di KoBold Metals. Breakthrough Energy103, la cui missione ufficiale è di accelerare la transizione ecologica globale, è stata infatti lanciata nel 2016 da Bill Gates con il sostegno di investitori istituzionali e miliardari di primissimo piano, tra cui Jeff Bezos (Amazon), Jack Ma (Alibaba), Richard Branson (Virgin Group) e Michael Bloomberg (Bloomberg LP).
Il perché di tanta attenzione (e tanti soldi) da parte di alcuni degli uomini più ricchi del mondo in KoBold Metals è presto detta: la società nasce infatti per risolvere il divario nell'approvvigionamento di minerali critici e, per farlo, utilizza proprio l’intelligenza artificiale.
ll suo obiettivo non è gestire direttamente le miniere, ma trovare con l’ausilio dell’AI i giacimenti di metalli critici, in particolare rame, cobalto, nichel e litio, sfuggiti alle ricerche geologiche tradizionali, indispensabili per produrre le batterie dei veicoli elettrici, le infrastrutture energetiche e, come abbiamo visto, le apparecchiature necessarie a far funzionare le armi autonome.
KoBold Metals rappresenta l’esempio perfetto dell’ibridazione di cui abbiamo parlato in apertura: la società, utilizzando i più avanzati sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da aziende possedute dai suoi maggiori investitori, vuole procurarsi in maniera più economica e sicura le materie prime necessarie allo sviluppo degli stessi.
A fronte del miliardo e duecento milioni di dollari raccolti dalla sua fondazione, la società ha già conseguito il suo primo grande, storico, successo, con la scoperta di Mingomba, in Zambia, definito il giacimento di rame a più alto grado di purezza scoperto negli ultimi vent'anni.
Non un semplice successo commerciale, ma un asset geopolitico di tale importanza da aver attirato l'attenzione della Casa Bianca, mai così attiva come in questi ultimi anni nel dispiegamento di strategie globali di contrasto al monopolio estrattivo cinese in Africa.
Difficile pensare che sia un caso, infatti, se tra i sedici imprenditori che hanno accompagnato Donald Trump durante la sua visita ufficiale in Cina tra il 13 e il 15 maggio 2026, ritroviamo molti dei nomi comparsi in questa ricerca: da Larry Fink, fondatore e CEO di BlackRock a Dina Powell McCormick, presidente operativa e vicepresidente del consiglio di amministrazione di Meta, passando per Tim Cook, CEO di Apple, Elon Musk, leader di SpaceX, xAI e altre società del comparto tecnologico statunitense, e ancora Kelly Ortberg e H. Lawrance Culp, CEO rispettivamente di Boeing e GE Aerospace, società che, pur essendo rivali di mercato di Lockheed Martin, forniscono alcuni elementi essenziali alla produzione degli F 35 Lightning II.
Una delegazione di investitori e imprenditori a stelle e strisce che, con la sua ingombrante presenza, va a chiudere il cerchio idealmente aperto da Peter Thiel nel 2019 quando, in apertura della prima edizione del forum ultraconservatore NatCon104 a Washington, disse chiaramente che era necessario riconoscere la fondamentale importanza dell'industria tecnologica, sia per la difesa della nazione, sia per evitare che la stessa cadesse nelle mani degli avversari geopolitici.
Cioè, proprio della Cina.
La rincorsa dell’Unione Europea: investimenti pubblici e ricerca
Di Laura Carrer
Negli ultimi anni l'Unione Europea ha avviato una chiara transizione verso il consolidamento della propria autonomia strategica mobilitando ingenti risorse economiche per l'industria bellica. Lo strumento principale di questa politica industriale è attualmente il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), che prevede uno stanziamento complessivo di 8 miliardi di euro per il periodo di bilancio 2021-2027.
In questo ecosistema, le università pubbliche sono diventate partner essenziali per lo sviluppo di sistemi di difesa e sorveglianza avanzati dei paesi europei. I fondi EDF finanziano progetti lungo l'intero ciclo di vita delle tecnologie emergenti, coprendo fino al 100% dei costi per la fase di ricerca pura e tra il 20% e il 90% per le fasi di sviluppo. Per accedere a questi finanziamenti, il bando impone la formazione di consorzi composti da almeno tre enti stabiliti in tre diversi Stati membri dell'Unione. Un’architettura che favorisce l'aggregazione intorno ai grandi attori industriali.
Lo dimostra il caso di Leonardo: il primo player europeo per numero di progetti vinti (37) tra il 2022 e il 2024 con un incasso di 172 milioni di euro. Dopo Leonardo troviamo la tedesca Indra Sistemas SA105 (30 progetti, 94 milioni di euro) e, con grande distacco, un’altra italiana, Elettronica Spa. Le risorse vengono indirizzate verso domini ad alta specializzazione, tra cui la sorveglianza spaziale, la cybersicurezza, l'intelligenza artificiale per il supporto decisionale e l'elettronica per i sistemi autonomi106.
Trovare una cornice che spieghi il perché della nascita di un finanziamento europeo per la difesa è necessario per capirne intenzioni e sviluppi attuali. EDF non nasce come risposta improvvisa all’invasione russa dell’Ucraina avvenuta nel febbraio 2022. La sua origine è precedente e va collocata almeno nel biennio 2016-2017, quando la Commissione e il Consiglio europeo iniziano a formalizzare la necessità di una politica più strutturata di ricerca e sviluppo nel settore della difesa.
Dopo la Global Strategy dell’UE e la dichiarazione congiunta UE-NATO del luglio 2016107, la Commissione adotta nel novembre dello stesso anno lo European Defence Action Plan, descritto108 come un piano che non serve a “creare un esercito europeo” quanto piuttosto a “creare le condizioni per una maggiore cooperazione nel settore della difesa”. Nel dicembre dello stesso anno il Consiglio europeo invita la Commissione a presentare proposte concrete per un futuro fondo entro il primo semestre del 2017.
La diagnosi che sostiene questa svolta è netta: tra il 2005 e il 2014 la spesa europea per la difesa è diminuita dell’11%, mentre la Russia ha raddoppiato i propri investimenti e la Cina li ha aumentati del 150%. In questo quadro, il 2017 viene rappresentato come l’ultimo momento utile per evitare un ulteriore indebolimento della base industriale e tecnologica europea, e quindi per rendere il Vecchio continente competitivo in una nuova corsa al riarmo internazionale.
Prima dell’avvio di EDF sono stati creati due strumenti precursori, pensati esplicitamente come programmi pilota. Il primo è PADR, la Preparatory Action on Defence Research, attiva dal 2017 al 2019 e con un budget di circa 90 milioni di euro. Il secondo è EDIDP, lo European Defence Industrial Development Programme, attivo tra il 2019 e il 2020 con una cassa di 500 milioni di euro. La loro funzione non era solo quella di finanziare alcuni progetti iniziali, ma di testare meccanismi, attori e condizioni di ammissibilità del futuro fondo EDF.
In particolare, la scelta di procedere attraverso azioni preparatorie e programmi pilota serviva a superare le resistenze politiche degli Stati membri e a sperimentare una formula in cui il bilancio UE non coprisse l’intero costo dei progetti, ma fungesse da leva per attivare cofinanziamenti nazionali molto più consistenti. La Commissione e gli Stati membri decisero infatti di concentrare l’intervento europeo sulla fase più rischiosa e costosa del ciclo di innovazione, quella della prototipazione e dei test, dove molte startup che sviluppano tecnologie si fermano nella cosiddetta “valle della morte”, non riuscendo a sopravvivere al mercato e ottenere profitti.
L’EDF non ha quindi creato da zero un settore di ricerca per la difesa europea. Quasi tutti gli attori finanziati nel tempo erano già da anni presenti in altri programmi come PADR e EDIDP, ma anche Horizon 2020 e Horizon Europe, o erano partner di agenzie spaziali come ESA. Il finanziamento ha però insediato queste realtà in un perimetro esplicitamente militare e industriale, usando la ricerca come leva per integrare filiere, favorire la convergenza su standard comuni e rafforzare la competitività della base industriale e tecnologica della difesa europea.
Per accedere ai fondi, i progetti devono essere transnazionali e coinvolgere soggetti di più Stati membri anche per ridurre la dipendenza da fornitori extra-UE in settori ritenuti sensibili come l’intelligenza artificiale, il cyberspazio, la sensoristica avanzata, il quantum e i sistemi autonomi.
Al Forum sull'industria della difesa del vertice NATO, tenutosi all’Aia il 24 giugno 2025, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato109 che "dall'inizio della guerra [in Ucraina], gli investimenti nelle startup europee del settore della tecnologia per la difesa sono aumentati del 500%. Ma mancano ancora i finanziamenti per la fase critica, dall'avvio alla crescita su larga scala".
Il ruolo delle università pubbliche (e non solo)
Il peso sempre maggiore della corsa europea all’avanzamento tecnologico nel settore della difesa ha reso le università protagoniste di una nuova stagione di finanziamenti. Servono infatti grandi conoscenze scientifiche e tecniche per la ricerca e il successivo sviluppo di tecnologie in grado di operare nel settore della difesa, conoscenze che le aziende non hanno necessariamente al loro interno.
Enti pubblici e università si trovano quindi sempre più spesso dentro consorzi guidati da grandi nomi dell’industria della difesa e orientati a capacità militari concrete, in un quadro più marcatamente industriale di quanto non avvenga nei programmi civili tradizionali. Ciò ha inevitabilmente creato tensioni strutturali che le università stanno iniziando ad affrontare, indipendentemente o in modo collettivo.
Il primo nome che emerge tra i progetti EDF finanziati tra il 2022 e il 2024 a enti di ricerca e università è quello dell’Organizzazione olandese per la ricerca della scienza applicata110. Fondata nel 1932, ha diversi organi interni tra cui il consiglio direttivo, che ha il compito di gestire l’organizzazione. I suoi membri sono nominati tramite decreto reale: uno su raccomandazione del ministero della Difesa e gli altri, tra cui il presidente, su raccomandazione del ministro dell’Economia e delle Politiche climatiche. Il secondo nome è quello dell’AIT, l’istituto austriaco di tecnologia111, che è il più grande istituto di ricerca non universitario dello stato austriaco e tra i più grandi centri di ricerca in Europa. Gli azionisti di AIT sono la Repubblica d’Austria, che detiene il 50,46% delle azioni tramite il ministero federale per l’azione climatica, l’ambiente, l’energia, la mobilità, l’innovazione e la tecnologia; e l’Associazione per la promozione della ricerca e dell’innovazione con il 49,54% delle azioni.
Al terzo posto c’è l’Istituto norvegese per la ricerca sulla difesa (FFI)112, il principale ente responsabile della ricerca in ambito difesa in Norvegia. Offre consulenza scientifica e tecnologica al ministero della Difesa e all’organizzazione militare delle Forze Armate norvegesi in materia di difesa.
A partire dall’autunno 2023, dopo l’offensiva israeliana su Gaza seguita all’attacco perpetrato da alcune milizie di Hamas il 7 ottobre 2023, le contestazioni nei campus europei si sono allargate a macchia d’olio in molti stati, tra cui l’Italia113, la Spagna, il Belgio114, l’Irlanda, i Paesi Bassi115, la Finlandia, la Danimarca e l’Austria. Attraverso occupazioni, accampamenti116 e mozioni, gli studenti hanno chiesto trasparenza, disinvestimento e la sospensione dei rapporti con università e centri di ricerca israeliani.
Eventi importanti alla luce di questo studio, poiché lo stato ebraico è uno dei maggiori produttori di tecnologie di sorveglianza e di sistemi di intelligenza artificiale applicati anche in ambito bellico, creati e successivamente testati in vari momenti sulla popolazione palestinese. In Italia l’Università di Torino117 ha sospeso la partecipazione a uno specifico bando di cooperazione scientifica Italia-Israele nel 2024, pur mantenendo gli altri accordi già in essere.
In Spagna la CRUE, che rappresenta 76 atenei, ha annunciato la revisione e l’eventuale sospensione118 delle collaborazioni con università e centri di ricerca israeliani di cui non è chiaro l’impegno per la pace e il diritto internazionale umanitario. In un caso specifico, quello che ha coinvolto l’Università di Granada119 nel marzo 2025, la sospensione delle collaborazioni accademiche e scientifiche con Israele è stata confermata anche sul piano giudiziario. Il tribunale ha stabilito che l’università “ha agito nell’ambito dell’autonomia concessa dalla legislazione in materia e dal proprio statuto, che danno chiaramente priorità alla “cultura della pace, della non violenza e della cooperazione tra i popoli””, e che “la sospensione delle collaborazioni con le istituzioni israeliane non costituisce alcun atto discriminatorio, bensì una misura proporzionata volta a garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario”.
In Belgio l’Università di Anversa e la Université Libre de Bruxelles hanno sospeso alcune collaborazioni con atenei israeliani, lasciando però aperta la possibilità di completare alcuni progetti di ricerca già avviati previa revisione etica. Il Trinity College di Dublino ha dichiarato, in una nota dell’8 maggio 2024, di aver deciso di disinvestire in società israeliane e di riesaminare anche i programmi di scambio con Israele dopo una lunga protesta studentesca120.
Nel complesso, l’impatto delle proteste nelle università non ha portato a una rottura generalizzata della cooperazione scientifica europea con Israele, ma a un insieme di sospensioni selettive, revisioni etiche, ritiri da bandi specifici e un netto rafforzamento della pressione politica e accademica per limitare o condizionare i rapporti di ricerca.
Come recentemente esplorato in un report del maggio 2026, pubblicato dalla Lega europea delle università di ricerca (LERU), che comprende università di grande prestigio tra cui quella di Amsterdam, La Statale di Milano e la University College di Londra, “stiamo assistendo a cambiamenti significativi nelle aspettative della società nei confronti delle università in relazione alla ricerca nel settore della difesa, accompagnati da opinioni molto diverse sulla legittimità della partecipazione a tale ricerca”121.
Il dibattito, continua il rapporto, è tra “cosa le università dovrebbero fare (normativo), cosa sono autorizzate a fare (legale/governance) e come dovrebbero decidere (procedurale)”.
Un primo e fondamentale aspetto che il rapporto di LERU definisce “un’ambiguità da risolvere”, è la definizione di dual use. La stessa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato che promuovere la ricerca a duplice uso fa parte della risposta dell’Unione europea a un “contesto geopolitico più minaccioso”.
Sebbene il concetto si riferisca alla possibilità che determinati beni, prodotti o tecnologie (inclusi i servizi strumentali alla ricerca), originariamente progettati per finalità civili possano essere impiegati anche in ambito militare o in modo improprio rispetto a quanto stabilito in precedenza, è sempre più complesso classificare la ricerca in termini “civili” o “militari”. Questo perché quasi ogni campo del sapere può nel tempo trovare applicazioni militari, o al contrario essere considerato in un secondo momento rilevante per la sicurezza nazionale (senza però essere stato soggetto ai vincoli delle tecnologie militari).
In questo contesto è importante considerare che nel 2021 un regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea ha introdotto una normativa fondamentale in ambito dual use, istituendo un regime sovranazionale per il controllo delle esportazioni, dell’intermediazione, del transito e del trasferimento di questi prodotti. Per esportarli verso paesi al di fuori dell’Unione europea è necessaria una licenza che in Italia viene rilasciata dall’autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) istituita presso il ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale.
Pochi mesi dopo, nel settembre 2021, l’Unione europea ha invitato gli enti di ricerca e le istituzioni a dotarsi di programmi interni per gestire proprio i controlli connessi alle attività scientifiche che possono riguardare prodotti di questo tipo. L’Ue ha quindi definitivamente aperto alla corsa verso l’innovazione tecnologica in ambito bellico, mettendo contemporaneamente sulle spalle delle aziende, e soprattutto delle università, la responsabilità di garantire il rispetto di stringenti normative per la sicurezza della ricerca e dell’esportazione di queste tecnologie.
Una seconda “ambiguità” risiede poi nelle relazioni strategiche che le università possono perseguire. Stabilire chi può essere considerato un “amico” e chi un “nemico” ai fini della collaborazione nella ricerca è complesso: un esempio su tutti è rappresentato dalla Cina, contemporaneamente importante partner di ricerca, concorrente economico, rivale strategico e minaccia per la sicurezza. Così è anche in parte la situazione per paesi come Russia e Turchia.
Come anticipato, solo dopo numerose contestazioni da parte degli studenti e dei professori di università europee, anche Israele è considerato sempre di più uno stato da osservare con maggiore attenzione. Nel report di LERU viene spiegato bene come il vocabolario che si è creato intorno ad alcuni stati sia ampio: tra questi termini troviamo “competitori strategici”, “rivali sistemici”, “paesi di interesse”. È chiaro però che, come si legge nel report, “[...] nessuno di questi (termini, ndr) fornisce indicazioni chiare per le decisioni relative alla collaborazione nella ricerca”.
Non esistono insomma paesi “amici” o “nemici” in senso stretto, perché quasi nessun paese entra nettamente in una delle due categorie. Le università si trovano, dunque, a valutare caso per caso le implicazioni strategiche, i rischi geopolitici e il potenziale duplice uso per ogni collaborazione che iniziano, senza considerare che non è scontato possedere le competenze per farlo.
Tra gli aspetti più problematici identificati dal report di LERU, ce n’è uno che riguarda lo scontro tra l’indipendenza assicurata ai ricercatori e la libertà accademica istituzionale. “Quando un informatico che lavora sull’apprendimento automatico può sostenere che la sua ricerca è fondamentalmente civile, pur avendo evidenti applicazioni nel campo delle armi autonome, i tentativi istituzionali di limitare tale lavoro devono necessariamente basarsi su giudizi controversi sull’utilizzo finale (che potrebbe essere inconoscibile) o applicare restrizioni così ampie da limitare vaste aree della scienza legittima” si legge nel report. Entrambi questi approcci sono dunque contestabili.
Da questo discorso deriva un altro aspetto critico relativo all’impostazione generale che l’università dovrebbe avere nei confronti della ricerca nel settore della difesa. Se consideriamo ancora il fatto che il confine tra ricerca civile e militare sta sfumando sempre di più, allora “mantenere una distanza morale attraverso l’astensione selettiva perde di coerenza” dicono i ricercatori.
Nel rapporto di LERU si fa esplicito riferimento a un caso di interesse per questo studio, che vede un’università accettare finanziamenti per la ricerca sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale da parte di agenzie “civili” e invece rifiutare quelli derivanti da agenzie di difesa. I ricercatori si chiedono se così facendo l’università stia “mantenendo una distanza di principio o stia compiendo gesti simbolici che hanno scarso impatto pratico sullo sviluppo degli armamenti”.
Le università si trovano poi davanti a un complesso processo decisionale in materia di ricerca per la difesa. Quali attori all’interno dell’ateneo, inteso come organismo da considerare nella sua interezza, hanno effettivamente voce in capitolo nel dire in cosa sia “giusto” spendere risorse e tempo dell’attività di ricerca? Il corpo docente, un gruppo creato appositamente, gli studenti, o altri attori?
Nel rapporto di LERU è esemplificata una situazione che potrebbe riguardare qualsiasi università italiana che si trova a lavorare con una società come Leonardo Spa: “Se una comunità universitaria vota per vietare la ricerca sulle armi – si legge – questo divieto si estende anche agli algoritmi di intelligenza artificiale con potenziali applicazioni in armi autonome?”. Ogni università traccia una propria linea di confine per ridurre l’ambiguità che circonda una domanda simile.
Alcuni atenei italiani che hanno partecipato a progetti EDF negli ultimi anni hanno recentemente introdotto strumenti significativi a questo scopo. Al momento non è possibile verificarne ancora la rilevanza pratica nel terminare progetti di ricerca finanziati perché contrari a determinate regole etiche che le università si sono poste. Rimane però un primo tassello concreto di un cambiamento nel mondo della ricerca universitaria, soprattutto dal momento in cui l’industria della difesa militare è stata sempre più normalizzata economicamente e politicamente.
“La ricerca e l’innovazione si fondano su apertura, cooperazione internazionale e libertà accademica. Ciononostante, l’attuale contesto geopolitico, segnato da crescenti tensioni e da un interesse strategico per conoscenze e tecnologie avanzate, espone il sistema europeo della ricerca a possibili rischi”: così iniziano le linee guida stilate nel marzo 2026 dall’Università di Bologna, che ha citato il regolamento europeo sul dual use entrato in vigore nel 2021.
L’ateneo ha istituito, nel giugno 2025, anche un Gruppo di lavoro di ateneo sul dual use e la research security (DUSE) che ha lo scopo di far rispettare la normativa in merito e definire gli strumenti operativi, le linee guida e la formazione sui temi della sicurezza della ricerca. In termini più generali, l’obiettivo è promuovere una cultura della consapevolezza e della responsabilità individuale dell'intera comunità universitaria, con un focus particolare su docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo impegnato in progetti internazionali o su tecnologie di frontiera.
Lo strumento principe è l’autovalutazione, che prevede tre domande fondamentali che ogni ricercatore dovrebbe porsi prima di avviare una collaborazione internazionale: l’oggetto della ricerca rientra nei beni definiti a duplice uso (come IA, biotecnologie, crittografia)?; chi è il committente, ha sede al di fuori dell’UE e chi deterrà la proprietà intellettuale dei risultati?; i partner internazionali sono affidabili, e qual è l’identità dell’utilizzatore finale?
Per quanto riguarda il settore della difesa, l’ateneo richiede un rigore ancora maggiore: è obbligatorio identificare con trasparenza gli obiettivi strategici e assicurarsi che gli esiti non siano incompatibili con i valori dell’università. Le collaborazioni con enti militari devono avvenire entro un quadro di “rigorosa legalità ed etica”.
L’ufficio stampa dell’ateneo bolognese, contattato per questo studio, sottolinea che “i ricercatori sono sensibilizzati e responsabilizzati a svolgere adeguate attività di due diligence sui partner del progetto, sulle finalità della ricerca e sui possibili utilizzi e utilizzatori finali dei risultati, al fine di individuare e gestire eventuali profili di rischio”.
Inoltre, l’ateneo fa sapere che il Senato accademico, nella seduta del 23 settembre 2025, “ha adottato una deliberazione relativa alle collaborazioni istituzionali con soggetti con sede in Israele, definendo ambito e limiti di applicazione. Tale decisione riflette l’attenzione dell’Ateneo alle istanze provenienti dalla comunità universitaria, nel rispetto degli obblighi nazionali e internazionali e dei principi di autonomia e libertà accademica”.
L’università risulta assegnataria di un finanziamento EDF di poco più di un milione di euro perché inclusa nel progetto ARCHYTAS122. Nella descrizione sul sito del fondo europeo per la difesa si legge che “l’AI può abilitare veicoli autonomi, l’analisi strategica di grandi moli di dati, l’intelligence gathering e la sorveglianza tramite computer vision avanzata, aprendo una vasta gamma di applicazioni di difesa”.
Alla luce delle linee guida di ateneo adottate nel marzo 2026, e del lavoro del gruppo DUSE, l’università conferma che “qualora emergano profili di sensibilità o rischio, l’ateneo si attiva secondo le metodologie definite nell’ambito del presidio DUSE, adottando, ove necessario, misure di mitigazione appropriate e proporzionate”.
L’università di Trento, partner anch’essa del progetto ARCHYTAS, in risposta a una richiesta di accesso civico generalizzato, spiega che gli obiettivi del progetto “sono orientati a esplorare la fattibilità di acceleratori di IA per applicazioni nel settore della difesa civile”. Con questo termine solitamente si intendono quelle attività poste a salvaguardia, a tutela e a soccorso della popolazione civile in situazioni di emergenza. L’ateneo conferma poi che sta “predisponendo le proprie linee guida sul Dual Use adeguandosi a quanto stabilito dal Ministero” dell'università e della ricerca.
“In relazione allo scoppio del conflitto Israelo - palestinese – si legge nella risposta all’accesso civico – a partire dal 2024, ci sono state mozioni del Consiglio degli Studenti e del Senato Accademico”. Il 22 ottobre 2025 un comunicato stampa123 informa che il Senato accademico dell’Ateneo trentino “in linea con le prese di posizione di tante altre istituzioni italiane [...] esprime pieno sostegno e apprezzamento per i segnali di riapertura del dialogo” a seguito dell’accordo che Stati Uniti e Israele avevano raggiunto in quel periodo con Hamas. Nel comunicato è evidenziata anche la condanna dell’Ateneo nei confronti delle autorità israeliane “per i gravissimi crimini di guerra messi in atto che hanno portato alla fondata accusa di genocidio ai danni della popolazione palestinese”. Inoltre, nella risposta all’accesso civico generalizzato si legge anche che nell’università è stato creato un “Laboratorio Permanente sulla Pace e Conflitti”.
A differenza di altre università, il Politecnico di Milano non ha stilato specifiche linee guida per definire il modo in cui dev’essere svolta l’attività di ricerca nel settore della difesa, né ha creato gruppi di lavoro specifici. Un approccio che stride se consideriamo che il Politecnico è presente in numerosi progetti finanziati nell’ambito del fondo per la difesa europeo. Si tratta di una rosa di 6 progetti per un contributo di quasi 5 milioni di euro tra il 2024 e il 2025, di cui la maggior parte riguardano lo studio e la prototipazione di tecnologie utili anche in campo militare.
Uno di questi è lo stesso in cui compare anche l’Alma mater bolognese, ARCHYTAS; un secondo è EMISSARY124, descritto nella pagina del portale europeo come progetto che “mira a raggiungere una fase di prototipazione, dimostrazione e qualificazione per un ampio insieme di tecnologie sviluppate, riflettendo l’impegno a promuovere le capacità militari europee in materia di sicurezza e sorveglianza spaziale [...]”. Leonardo Spa si è aggiudicata 20 milioni di euro, Telespazio Spa 3, Thales Alenia space Italia Spa altri 2, Elettronica Spa 1 milione e 200mila euro. Il Politecnico di Milano ne incassa 600mila.
La partecipazione della più grande azienda bellica italiana, Leonardo Spa, al progetto EMISSARY, è solo la punta dell’iceberg di una collaborazione costante e duratura con l’ateneo milanese. Secondo quanto recentemente pubblicato in un dossier realizzato dagli Studenti indipendenti del Politecnico, una lista di rappresentanza nata nel 2019, in collaborazione con Polimi4Gaza, associazione di studenti e professori che si schiera apertamente contro il genocidio nei territori occupati della Palestina, Leonardo Spa “si è assicurata la titolarità esclusiva dei risultati della ricerca” che viene svolta nell’università. Ovvero, “la tecnologia e le conoscenze sviluppate dal Politecnico non possono essere in alcun modo sfruttate in ambiti esterni senza il permesso esplicito dell’azienda”125. Non un fatto straordinario però, perché molto spesso ciò che viene prodotto con questi progetti europei è destinato a rimanere segreto.
Per quanto riguarda la trasparenza di questi accordi tra l’università e Leonardo Spa, nel dossier si legge che “ai rappresentanti degli studenti è stato chiesto di firmare un accordo di non divulgazione (NDA) prima di poter visionare i contratti con l’azienda, impedendo loro di diffondere qualunque informazione senza essere sanzionati”. Nonostante ciò, Studenti indipendenti afferma che “i dati visionati dai rappresentati risultano comunque vaghi e non specifici”.
Nel 2024 un articolo del Sole 24 Ore126 riferiva come un nuovo carro armato pesante denominato Main battle tank dovesse entrare in scena e sostituire i vecchi Ariete dell’Esercito italiano, entrati in funzione più di trent’anni fa. “Il carro armato si è affermato come importante arma strategica con la guerra in Ucraina, dopo che già nella guerra in Iraq (2003-2011) era stata riscoperta la rilevanza degli armamenti terrestri” si legge nell’articolo.
Nel novembre 2024 inizia ufficialmente il progetto finanziato dal fondo europeo per la difesa FMBTech, Technologies for existing and future MBTs, che vede il Politecnico di Milano come ente di ricerca (con un budget stimato di più di 630mila euro) al fianco di Thales Italia Spa e di una azienda del settore della sorveglianza, Cy4gate Spa. Quest’ultima si è posta sul mercato sin dal 2020 come un’azienda senza concorrenti in Italia: come spiegato in un’inchiesta pubblicata da IrpiMedia nel 2021127, “è la prima società italiana che combina cybersecurity in senso stretto, servizi di intercettazione per polizie internazionali e intelligence ad ampio spettro”.
Nasce dalla joint venture tra Elettronica Spa ed Expert System Spa, che lavorano entrambe in particolare allo sviluppo di sistemi di guerra elettronica (come strumenti anti-drone, sistemi per la rilevazione di minacce e per la sorveglianza delle comunicazioni). Cy4gate ha stipulato contratti in quasi tutto il mondo: Emirati Arabi, Arabia Saudita, Pakistan, Qatar, Asia Centrale, America Latina, ma nell’elenco si possono annoverare anche paesi Nato e progetti europei. “Molti di questi paesi – scrive IrpiMedia128 – sono già stati coinvolti in abusi delle tecnologie di sorveglianza in passato”.
Il progetto FMBTech prevede l’implementazione di alcune migliorie nel campo dei carri armati attualmente in uso in Europa – e anche in Italia – “che si baseranno su una varietà di moduli tecnologici all’avanguardia [...]”. Il carro armato principale (MBT) – si legge nella descrizione del progetto – è “[...] fulcro di un involucro di capacità digitalizzato” e lo scopo del rinnovamento è quello di offrire “[...] una maggiore capacità di interfacciarsi con sistemi senza pilota e una maggiore efficienza dell’equipaggio grazie all’intelligenza artificiale”.
Non è stato possibile ottenere informazioni più dettagliate in merito ai progetti EDF del Politecnico. “Le informazioni disponibili sono quelle già pubblicate nelle sedi istituzionali” dice l’ufficio stampa, aggiungendo che, “in termini generali, l’Ateneo svolge le proprie attività di ricerca nel rispetto della normativa e dei principi di responsabilità, integrità ed etica della ricerca”.
Un altro istituto di ricerca di eccellenza del paese è il Politecnico di Torino, poco distante da Milano. Nel maggio 2026 l’ateneo è stato al centro di un dibattito129 mosso da professori e professoresse che hanno inviato una lettera aperta al Senato accademico per chiedere lo stop allo svolgimento di qualsiasi tipo di ricerca militare in ateneo.
Un anno prima, a seguito delle proteste di alcuni studenti e professori, è entrato in vigore un accordo firmato dal Comitato Etico per la ricerca dell’università, con cui l’ateneo si impegnava, insieme alle altre parti coinvolte, che quanto risultante dalle attività di ricerca non venisse applicato in ambito militare.
Stando a quanto riportato dal quotidiano La Stampa130 la clausola non è però stata sottoscritta da alcuni soggetti che collaborano con il politecnico torinese, tra cui anche ministeri italiani, e ciò ha portato a una modifica nel regolamento: “Oltre alla difesa dell’Italia – si legge nell’articolo, – adesso è consentita la ricerca militare per la difesa dell’Unione europea. E poi, le pubbliche amministrazioni (comprese il Ministero della Difesa, per esempio), siccome si dà per scontato che rispettino la Costituzione, da ora in poi possono evitare di firmare la clausola”.
Secondo l’ufficio stampa dell’Ateneo, “l’aggiornamento del regolamento conferma che gli accordi con le Pubbliche amministrazioni sono disciplinati secondo le modalità previste per i rapporti tra soggetti pubblici” e, aggiunge, “in considerazione del fatto che operano nel pieno rispetto della Costituzione italiana”. In sostanza, la modifica “è volta a chiarire e rendere più trasparenti i processi interni”.
Uno dei due progetti finanziati al politecnico torinese dalla call 2024 di EDF si chiama FESPAN: “Un consorzio di 25 enti, istituti di ricerca, università, partner industriali e PMI provenienti da 10 paesi europei”, si legge sulla pagina del portale UE131. Lo scopo di FESPAN è quello di migliorare “le future capacità di consapevolezza situazionale della difesa europea a livello tattico e operativo, contribuendo allo sviluppo di strumenti di supporto alle decisioni tattiche [...]”. Nella pagina viene specificato anche che il progetto FESPAN “ha ricevuto un forte sostegno dai ministri della difesa dell’Ue, ottenendo diverse lettere di supporto” che ne hanno facilitato l’accettazione della richiesta di finanziamenti da parte dell’Unione europea.
Anche l’università La Sapienza di Roma ha introdotto, nell’ottobre 2025, linee guida132 con l’intento di fornire alla comunità accademica un quadro di riferimento per gestire l’attività di ricerca sui beni a duplice uso molto simili alle precedenti. Nell’ateneo romano è stato anche istituito un Comitato etico per la ricerca e un gruppo di supporto per il monitoraggio delle attività di ricerca con partner extra-UE, specialmente se commissionate da privati.
L’ateneo identifica alcuni paesi a rischio per le collaborazioni nel campo della ricerca come la Federazione Russa, “a causa delle crescenti restrizioni alle libertà civili, della repressione interna del dissenso politico, delle azioni militari in Ucraina e delle accuse di violazioni del diritto internazionale umanitario in contesti di conflitto”; e Israele, “a causa del trattamento dei palestinesi nei territori occupati, delle operazioni militari a Gaza e delle violazioni, in tali contesti, del diritto internazionale umanitario”.
A uno scrutinio particolare sono poi sottoposte le ricerche che coinvolgono tecnologie di sorveglianza di massa, censura o operazioni militari. Insieme all’Università della Mursia, La Sapienza fa parte di un progetto EDF chiamato EU-GUARDIAN e finanziato per un totale di 13 milioni e mezzo di euro tra il 2022 e il 2025. La cordata di aziende coinvolte nella creazione del “progetto europeo più ambizioso volto a esplorare le operazioni nel cyberspazio nel contesto del concetto di guerra a mosaico”133, comprende la spagnola Indra Sistemas SA con un budget di più di 3 milioni di euro, la francese Airbus Cybersecurity (sussidiaria di Airbus Defence and Space) con 1,8 milioni di euro assegnati e Leonardo Spa, con un portafoglio di più di 2 milioni di euro. L’università della Murcia accede a un finanziamento di quasi 1,8 milioni di euro e La Sapienza di roma di 856mila euro.
Il progetto EU-GUARDIAN, si legge sul portale EDF, “mira a creare una soluzione basata sull’intelligenza artificiale in grado di gestire e automatizzare gran parte dei processi di gestione degli incidenti e di difesa cibernetica”, rendendo questo sistema “capace di rilevare, mitigare e rispondere alle sfide di sicurezza in modo semiautomatico o automatico [...]”.
Spostandosi di nuovo in Lombardia, sebbene l’università degli Studi di Milano non abbia ricevuto finanziamenti EDF negli scorsi anni, contattato per questo studio l’Ateneo ha dichiarato di aver costituito un Gruppo di lavoro “composto da 18 membri interni, sia docenti che personale tecnico-amministrativo bibliotecario” nel settembre 2025, con “l’obiettivo di affrontare, in conformità alla normativa nazionale ed europea, le tematiche del dual use e della sicurezza della ricerca”.
L’ateneo ha inoltre aggiunto che “le linee guida sono state redatte ma sono ancora in una fase interna di verifica, revisione e test” e che saranno pubblicate entro la fine del 2026. Oltre a queste linee guida, “la Statale ha ampliato gli strumenti a tutela della trasparenza e della legalità approvando, nella seduta del Senato del 12 maggio, una “clausola di integrità” applicata agli accordi stipulati dall’ateneo anche in altri ambiti [...]”: una clausola, fa sapere l’ateneo, che “richiama esplicitamente l’impegno delle parti ad assicurare che l’oggetto dell’accordo non comporti l’applicazione o il trasferimento di conoscenze, tecnologie o metodologie riconducibili a finalità belliche o militari”.
Al di fuori dell’Italia la condizione derivante dal coinvolgimento crescente delle università nella ricerca militare ha avuto impatti simili. Un recente articolo pubblicato su Nature134 racconta un caso specifico, quello della Germania, in cui, secondo il giornale, “il governo sta incoraggiando le istituzioni a ribaltare politiche consolidate da decenni che limitano la ricerca a scopi pacifici”. Un elemento ancora più importante se considerato alla luce della condizione storica che ha sempre definito, dalla fine del regime nazista, il ruolo dell’università in Germania.
Come ricordato anche nel report di LERU infatti, “la tutela costituzionale della libertà intellettuale e le clausole di autonomia istituzionale riflettono un profondo scetticismo sull’allineamento delle università con l’apparato di sicurezza statale” tedesco. Sebbene più di settanta istituzioni includano una clausola “civile” volontaria nei loro atti costitutivi che vieta la ricerca militare, negli anni diverse università tedesche hanno rivisto o formalmente abbandonato queste clausole a seguito di pressioni politiche. Nel 2022, dopo l’invasione russa in Ucraina, il governo tedesco ha inoltre stanziato 100 miliardi di euro per potenziare le forze armate del paese.
L’approccio sta cambiando anche in alcuni stati federali tedeschi. Nel luglio 2024 la Baviera ha approvato una legge135 che obbliga scuole e università a cooperare con le forze armate tedesche. Un passo verso la militarizzazione dell’istruzione che è stato criticato da più fronti. La Baviera aveva già preparato un disegno di legge136 destinato a eliminare le clausole civili e a sostituirle con un obbligo di cooperazione con l’esercito. Nella regione del Nord Reno-Westfalia una legge ha chiarito, già nel 2019, che l’impegno per una società pacifica non è in conflitto con la ricerca militare137.
Nel luglio 2025 il giornale De Morgen riferisce che diverse università fiamminghe stanno allentando le restrizioni sulla ricerca militare, adottando nuove cornici etiche coerenti con il mutato contesto geopolitico. "Non siamo ingenui riguardo agli sviluppi globali", ha dichiarato a De Morgen il rettore della VUB, Jan Danckaert. "Se la ricerca è al servizio dello stato di diritto e della democrazia, siamo pronti ad assumerci la responsabilità. Ma la ricerca puramente militare non diventerà improvvisamente la norma" ha dichiarato.
Fonti
- Si veda per esempio: https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/autonomous-weapons-are-the-moral-choice/ ↑
- https://disarmament.unoda.org/en/our-work/conventional-arms/convention-certain-conventional-weapons ↑
- https://www.esd.whs.mil/portals/54/documents/dd/issuances/dodd/300009p.pdf ↑
- https://www.files.ethz.ch/isn/188865/Ethical%20Autonomy%20Working%20Paper_021015_v02.pdf ↑
- https://www.theguardian.com/technology/article/2024/jul/14/ais-oppenheimer-moment-autonomous-weapons-enter-the-battlefield ↑
- https://www.stm.com.tr/en/kargu-autonomous-tactical-multi-rotor-attack-uav ↑
- https://www.army.mil/article/291074/u_s_army_awards_enterprise_contract_for_it_commercial_solutions ↑
- https://www.nytimes.com/2026/04/12/technology/china-russia-us-ai-weapons.html ↑
- https://www.nytimes.com/2026/04/12/technology/china-russia-us-ai-weapons.html ↑
- https://www.theguardian.com/technology/article/2024/jul/14/ais-oppenheimer-moment-autonomous-weapons-enter-the-battlefield ↑
- https://www.wired.com/story/eric-schmidt-is-building-the-perfect-ai-war-fighting-machine/ ↑
- La lettera, in realtà, è del 1939 e fu materialmente redatta dal fisico Leó Szilárd, che chiese a Einstein di firmarla per via della sua autorevolezza. ↑
- https://www.washingtonpost.com/technology/2026/03/04/anthropic-ai-iran-campaign/ ↑
- https://www.japcc.org/articles/how-large-language-models-are-transforming-modern-warfare/ ↑
- A questo proposito si veda anche: https://blogs.icrc.org/law-and-policy/2024/09/24/transcending-weapon-systems-the-ethical-challenges-of-ai-in-military-decision-support-systems/ ↑
- https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6097646 ↑
- https://www.pdcnet.org/pdc/bvdb.nsf/purchase26?openform&fp=philtoday&id=philtoday_2021_0065_0003_0549_0569 ↑
- https://www.euronews.com/next/2026/02/27/ai-chatbots-chose-nuclear-escalation-in-95-of-simulated-war-games-study-finds ↑
- https://www.independent.co.uk/news/world/americas/project-maven-ai-us-airstrike-iraq-anthropic-b2929138.html ↑
- https://www.theguardian.com/technology/article/2024/jul/14/ais-oppenheimer-moment-autonomous-weapons-enter-the-battlefield ↑
- https://global.oup.com/academic/product/the-double-black-box-9780197520901?cc=it&lang=en& ↑
- https://www.researchgate.net/publication/336361772_Designing_Trustworthy_AI_A_Human-Machine_Teaming_Framework_to_Guide_Development ↑
- https://www.al-monitor.com/originals/2024/02/israel-deploys-new-military-ai-gaza-war ↑
- https://www.hrw.org/report/2025/04/28/a-hazard-to-human-rights/autonomous-weapons-systems-and-digital-decision-making ↑
- https://intimacies-of-remote-warfare.nl/events/interdisciplinary-workshop-on-who-are-humans-in-military-ai/ ↑
- https://archive.vn/vSPu0 ↑
- https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/ukraine-says-it-is-employing-new-integrated-drone-infantry-warfare-system-2026-04-15/ ↑
- https://www.investing.com/news/world-news/ukraine-deploys-new-combat-model-commander-says-russianheld-areas-recaptured-4616830 ↑
- https://www.stopkillerrobots.org/resource/statement-on-ethical-considerations-to-unga-meeting-on-autonomous-weapons-systems/ ↑
- https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/ ↑
- https://www.972mag.com/mass-assassination-factory-israel-calculated-bombing-gaza/ ↑
- https://www.wsj.com/livecoverage/iran-strikes-2026/card/u-s-strikes-in-middle-east-use-anthropic-hours-after-trump-ban-ozNO0iClZpfpL7K7ElJ2 ↑
- https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/us-military-ai-iran-war-congress-oversight-b2936805.html ↑
- https://www.chathamhouse.org/2026/03/iran-war-highlights-creeping-use-ai-warfare ↑
- https://www.bbc.co.uk/news/articles/cdrm52g4pl2o ↑
- https://assets.ctfassets.net/xrfr7uokpv1b/25muZs93DY5XOUBtuh68yn/b40d9784f69917219f972890ceede986/Maven_One_Pager.pdf ↑
- https://blog.palantir.com/maven-smart-system-innovating-for-the-alliance-5ebc31709eea ↑
- https://www.ncia.nato.int/newsroom/news/nato-acquires-aienabled-warfighting-system ↑
- https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/21624887.2020.1760587 ↑
- https://paxforpeace.nl/publications/after-the-strike/ ↑
- https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/anti.70070 ↑
- https://docs.un.org/en/A/RES/79/239 ↑
- https://commission.europa.eu/topics/defence/future-european-defence_it ↑
- https://www.economist.com/business/2025/10/29/europes-defence-firms-are-flying-now-for-the-hard-part ↑
- https://www.bruegel.org/policy-brief/reforming-european-defence-procurement-boost-military-innovation-and-startups ↑
- https://people.defensenews.com/top-100/ ↑
- https://www.businessinsider.com/europe-defense-tech-startups-founders-vc-boom-funding-deployment-2026-2 ↑
- https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu115-million-programme-agile-and-rapid-defence-innovation-agile-2026-03-26_en ↑
- https://www.sprind.org/en/words/magazine/position-sprind-mil ↑
- https://www.dtcp.capital/news-and-insights/detail/dtcp-launches-eur500-million-fund-for-defense-and-security-technologies-in-europe/ ↑
- https://newmarketpitch.com/blogs/news/defense-tech-top-startups-fundraising ↑
- https://resiliencemedia.co/germany-awards-stark-and-helsing-contracts-to-deliver-next-generation-strike-drones ↑
- https://www.saab.com/newsroom/press-releases/2025/saab-achieves-ai-milestone-with-gripen-e ↑
- https://ukdefencejournal.org.uk/royal-navy-will-trial-sg-1-drone-subs-under-atlantic-bastion/ ↑
- https://www.reuters.com/business/german-drone-maker-quantum-nears-funding-round-that-could-triple-valuation-2025-10-16/ ↑
- https://www.forcesnews.com/epic-fury/skyhammer-ready-pound-shaheds-if-needed-mod-sends-air-defence-system-mid-east ↑
- https://hadean.com/blog/hadean-in-kenya-deploying-a-cloud-native-simulation-for-live-british-army-exercises-in-africa-part-1-2/ ↑
- https://investors.boozallen.com/news-releases/news-release-details/booz-allen-and-hadean-modernize-ai-wargaming-western-allies ↑
- https://www.hypersonica.com/en/news/hypersonica-successful-test/ ↑
- https://www.gov.uk/government/news/joint-statement-on-uk-germany-trinity-house-agreement-progress-15-may-2025 ↑
- https://archive.is/rlxmn ↑
- Si veda ad esempio: https://www.cambridge.org/core/journals/canadian-journal-of-philosophy/article/algorithmic-leviathan-arbitrariness-fairness-and-opportunity-in-algorithmic-decisionmaking-systems/3AA0ECA77F8622488E9DB0834287215B o concetti molto simili espressi da studiosi e studiose come Kate Crawford in “Atlas of AI”, Frank Pasquale in “The Black Box Society” o ancora James Bridle in “The new Dark Age”. ↑
- La definizione di Titolare Effettivo (Beneficial Owner) si basa non solo sul possesso economico delle azioni, ma soprattutto sul potere di controllo. Per la SEC è obbligatorio dichiarare chiunque detenga almeno il 5% del capitale o dei diritti di voto. ↑
- https://www.privatebankerinternational.com/news/blackrock-q1-profit-2-12bn/ ↑
- https://www.tradingview.com/news/stockstory:48b431246094b:0-state-street-nyse-stt-delivers-strong-q1-cy2026-numbers/ ↑
- Dalla comunicazione “Schedule 14A” di State Street alla SEC: “Vanguard Group ha depositato un Schedule 13G/A il 27 marzo 2026, riportando, al 13 marzo 2026, una partecipazione effettiva dello 0% in State Street Corporation, modificando un Schedule 13G/A precedentemente depositato presso la SEC il 29 luglio 2025, in cui si riportava che, al 30 giugno 2025, il Vanguard Group aveva un potere di voto condiviso di 356.370 azioni, un potere di disposizione esclusivo di 35.743.751 azioni e un potere di disposizione condiviso di 1.468.997 azioni, rappresentando la partecipazione effettiva del 13,43% delle azioni ordinarie in circolazione di State Street, alla data di registrazione del 25 marzo 2026. Nel deposito dello Schedule 13G/A del 27 marzo 2026, il Vanguard Group ha riportato un riallineamento interno effettivo dal 12 gennaio 2026 in cui alcune filiali o divisioni aziendali di filiali del Vanguard Group riporteranno titolarità effettiva separata da The Vanguard Group. Al 2 aprile 2026, nessuna società controllata o divisione aziendale di società controllate da The Vanguard Group ha segnalato la titolarità effettiva di State Street ai sensi della Sezione 13(d) e della Sezione 13(g) dell'Exchange Act”.. ↑
- https://corpgov.law.harvard.edu/2022/12/13/big-three-power-and-why-it-matters/ ↑
- https://www.f35.com/f35/index.html?_gl=1*fiwops*_gcl_au*MTYxMzk2NDMyNi4xNzc5Mjg3Mjc3 ↑
- https://www.lockheedmartin.com/en-us/products/f-35-lightning-ii-eots.html ↑
- https://www.war.gov/News/Releases/Release/Article/2941793/dod-awards-35-million-to-mp-materials-to-build-us-heavy-rare-earth-separation-c/ ↑
- https://rareearthexchanges.com/news/rare-earths-and-the-f-35-untangling-fact-speculation-and-spin/ ↑
- https://www.iceye.com/newsroom/press-releases/iceye-to-lead-industry-consortium-to-deliver-advanced-space-technologies-and-analytics-to-finnish-government-f-35-industrial-participation-program ↑
- https://www.l3harris.com/all-capabilities/high-performance-integrated-core-processor-icp ↑
- https://www.lockheedmartin.com/en-us/news/features/2025/defending-the-skies-lockheed-martin-and-microsoft-collaborate-on-next-genc-uas-technologies.html ↑
- https://aws.amazon.com/it/solutions/case-studies/lockheed-martin-drives-innovation-with-aws/ ↑
- https://investors.palantir.com/news-details/2022/Palantir-Announces-Collaboration-with-Lockheed-Martin-Focused-on-Accelerating-Aegis-and-Future-Integrated-Combat-System-Software-Delivery-Powered-by-Palantir-Apollo/ ↑
- https://www.war.gov/News/Releases/Release/Article/3239378/department-of-defense-announces-joint-warfighting-cloud-capability-procurement/ ↑
- https://breakingdefense.com/2024/08/army-plans-for-faster-ai-adoption-for-defense-too/ ↑
- https://sam.gov/opp/2bf40843e09f4e119824f1d062d42b27/view ↑
- https://aws.amazon.com/it/blogs/publicsector/defense-agencies-can-access-aws-secret-region-for-il6-workloads/ ↑
- https://learn.microsoft.com/en-us/azure/compliance/offerings/offering-dod-il6 ↑
- https://www.oracle.com/it/defense-intelligence/jwcc/ ↑
- https://www.holdingschannel.com/institutional/holders-of-tsm/ ↑
- https://www.shinetsu.co.jp/en/ir/stock-info/#hldr ↑
- https://www.sumcosi.com/english/ir/share/shareholders.html ↑
- https://www.ibiden.com/ir/stock/stock-basick-data/ ↑
- https://www.army.mil/article/280162/accelerating_the_armys_ai_strategy ↑
- https://www.cbsnews.com/news/palmer-luckey-ai-powered-autonomous-weapons-future-of-warfare-60-minutes-transcript/ ↑
- “Move fast and break things” è il celebre motto coniato da Mark Zuckerberg, fondatore di Meta. ↑
- https://a16z.com/the-little-tech-agenda/ ↑
- “World Eaters, how venture capital is cannibalizing the economy”, di Catherine Bracy (Dutton, 2025) ↑
- https://www.anduril.com/lattice/command-and-control ↑
- https://www.airspace-intelligence.com/ ↑
- https://www.castelion.com/ ↑
- https://helsing.ai/newsroom/helsing-commissioned-for-ai-backbone-in-fcas ↑
- La cosiddetta PayPal Mafia è composta da un gruppo di ex dipendenti e fondatori di PayPal, che hanno poi fondato o sviluppato altre importanti società tecnologiche con sede nella Silicon Valley. ↑
- https://www.psiquantum.com/ ↑
- https://foundersfund.com/company/impulse/ ↑
- https://www.hadrian.co/#what-we-build ↑
- https://nominal.io/ ↑
- https://koboldmetals.com/about-us/ ↑
- https://www.globaldatacenterhub.com/p/mary-meekers-ai-manifesto-why-the ↑
- https://www.breakthroughenergy.org/people ↑
- https://nationalconservatism.org/natcon-dc-2019/presenters/peter-thiel/ ↑
- https://www.indragroup.com/en ↑
- https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2025/777936/EPRS_BRI(2025)777936_EN.pdf ↑
- https://www.clingendael.org/sites/default/files/2021-02/Alert_European_Defence_Fund_February_2021.pdf ↑
- https://eur-lex.europa.eu/EN/legal-content/summary/european-defence-action-plan.html ↑
- https://sciencebusiness.net/news/dual-use/von-der-leyen-reaffirms-dual-use-rd-plans-ahead-eu-budget-proposal ↑
- https://www.tno.nl/en/about-tno/organisation/ ↑
- https://www.ait.ac.at/en/ ↑
- https://www.ffi.no/en ↑
- https://www.youtube.com/watch?v=n5lyi_ul_lY&t=2s ↑
- https://www.eunews.it/en/2024/05/29/university-of-antwerp-and-universite-libre-de-bruxelles-suspend-collaborations-with-israeli-institutes/ ↑
- https://www.timesofisrael.com/ashamed-amsterdam-alumni-to-return-diplomas-after-school-cuts-ties-with-hebrew-u/#:~:text=decision%20to%20unilaterally%20cut%20ties ↑
- https://www.youtube.com/watch?v=kw5maeqW7Vs&t=1s ↑
- https://www.timesofisrael.com/italys-university-of-turin-to-exit-israel-research-pact-amid-gaza-protests/#:~:text=suspending%20a%20collaboration%20agreement%20with%20Israeli%20universities ↑
- https://english.wafa.ps/Pages/Details/143945#:~:text=suspend%20collaboration%20agreements%20with%20Israeli%20universities ↑
- https://www.bricup.org.uk/news-2/court-upholds-university-of-granada-decision-to-break-ties-with-israel/#:~:text=after%20numerous%20mobilizations%20promoted%20by%20students ↑
- https://www.tcd.ie/news_events/articles/2024/student-encampment-and-blockade-at-trinity-to-end/#:~:text=Trinity%20will%20complete%20a%20divestment%20from%20investments ↑
- https://www.leru.org/files/LERU-Position-Paper-Defence-Research-in-European-Universities-A-Conceptual-Framework_2026-05-26-115144_ahga.pdf ↑
- https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/opportunities/projects-details/44181033/101167870 ↑
- https://pressroom.unitn.it/comunicato-stampa/dalla-parte-della-pace-e-del-dialogo ↑
- https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/opportunities/projects-details/44181033/101168237 ↑
- https://altreconomia.it/ricerca-militare-al-politecnico-di-milano-il-caso-di-leonardo/ ↑
- https://www.ilsole24ore.com/art/cos-e-main-battle-tank-nuovo-carro-armato-dell-esercito-italiano-e-chi-potrebbe-costruirlo-AGmC9HZ ↑
- https://irpimedia.irpi.eu/sorveglianze-cy4gate/ ↑
- https://irpimedia.irpi.eu/sorveglianze-cy4gate/ ↑
- https://www.lastampa.it/torino/2026/05/08/news/politecnico_lettera_aperta_ricerca_militare_docenti-15614015/ ↑
- https://www.lastampa.it/torino/2026/05/08/news/politecnico_lettera_aperta_ricerca_militare_docenti-15614015/ ↑
- https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/opportunities/projects-details/44181033/101167641 ↑
- https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1jrNBqRCDTokQ-h_MBOiWFGsluLk65aSV ↑
- https://cyber.ee/research/projects/eu-guardian/ ↑
- https://archive.vn/Rv0ei#selection-1049.1-1061.326 ↑
- https://www.spiegel.de/panorama/bildung/bayern-schulen-und-unis-muessen-mit-bundeswehr-kooperieren-a-26435573-6968-4bcb-b96a-c09ebeb05606 ↑
- https://www.universityworldnews.com/post.php?story=20240423203348462 ↑
- https://www.universityworldnews.com/post.php?story=20190716140835343 ↑